Congresso PD: date alla mano

Guglielmo Epifani ha a disposizione una data altamente simbolica per portare a congresso il Partito Democratico. Il 26 ottobre di quest’anno ricorre il centenario di un’elezione storica in cui per la prima volta le cabine elettorali si aprirono per milioni di contadini, operai, braccianti, piccoli artigiani, persone che costituivano la stragrande maggioranza degli italiani ma non avevano potuto votare fino a quel momento. La legge elettorale negava il diritto di voto agli analfabeti (circa due terzi della popolazione italiana adulta) e a chi non pagasse un minimo ammontare di imposte (ossia non guadagnasse un reddito sufficientemente elevato). Con una nuova legge approvata nel giugno 1912, invece, si concedeva il diritto di voto a tutti i maschi di eta’ superiore ai 30 anni e si lasciavano le restrizioni preesistenti per i maschi adulti ma con meno di 30 anni. L’elettorato triplico’ da poco meno di tre milioni a piu’ di otto milioni e mezzo di aventi diritto. Se e’ vero che il suffragio universale maschile (ossia l’estensione del diritto di voto alla rimanente popolazione di eta’ fra 21 e 30 anni) dovra’ aspettare ancora qualche anno e il vero suffragio universale, ossia il voto alle donne, arrivera’ solo nel 1946, e’ anche vero che, con queste elezioni, per la prima volta i piu’ umili potevano far sentire la propria voce attraverso le istituzioni democratiche. Il Corriere della Sera lo defini’ “un salto nel buio”, cogliendo molto bene lo spirito con cui tanta borgesia e aristocrazia italiana accolsero l’evento: non si tratto’ insomma di un progresso scontato e ancora in tanti pensavano che i lavoratori manuali non dovessero esercitare quel diritto. Ma il 26 Ottobre 1913, non di rado fra violenze e intimidazioni, si tenne il primo turno di quelle elezioni storiche (ebbene si’,  100 anni fa l’Italia aveva collegi uninominali e doppio turno, quello che oggi chiamano il “sistema francese”). Perche’ allora non celebrare il congresso del PD a 100 anni da quella storica giornata, cogliendo l’occasione per commemorare quegli eventi e per ricordare da dove veniamo? In un momento in cui prevalgono i piccoli calcoli di bottega, i tatticismi esasperati, il carrierismo politico che antepone l’ambizione individuale a qualsiasi cosa, c’e’ forse bisogno anche di simboli e soprattutto di memoria storica. Il PD deve decidere innanzitutto da dove viene se vuole avere un futuro. Senza memoria, senza una storia, senza simboli, non si va molto lontano.

[Dati alla mano, l’Unita’ 18.06.2013]

L’Europa ha bisogno di nuove istituzioni, non di vecchie ricette

Qualche giorno fa la Commissione Europea ha raccomandato al Consiglio di sospendere la procedura di infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia e di altri quattro paesi, riconoscendo i progressi compiuti e giudicandoli in qualche modo acquisiti. Bisogna dare atto al governo Monti di essere stato, con il supporto delle principali forze politiche del paese, il maggiore artefice di questo risultato. La Commissione ha nel contempo raccomandato una serie di riforme per il periodo 2013-14 di cui le principali possono essere cosi’ riassunte: 1) mantenere il disavanzo sotto il 3% del PIL; 2) aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione, in particolare per quanto riguarda la giustizia civile e la lotta alla corruzione; 3) promuovere lo sviluppo dei mercati del credito e migliorare la governance del sistema bancario; 4) riforme del mercato del lavoro e della formazione: allineare meglio i salari alla produttivita’, promuovere la partecipazione al mercato del lavoro, rinforzare l’istruzione professionale; 5) ridurre la tassazione su redditi da lavoro e capitali, aumentandola su consumi, inquinamento e proprieta’ immobiliari (leggi: niente abolizione dell’IMU); 6) aumentare la concorrenza nelle professioni, nella fornitura di servizi pubblici locali, nei trasporti, migliorando nel contempo le infrastrutture (inclusa la banda larga).

Si tratta di un pacchetto di riforme strutturali sufficientemente vago da risultare nel complesso condivisibile. Il diavolo e’ nei dettagli e, in questo caso, la vera questione non e’ se gli obiettivi siano condivisibili o no ma piuttosto come si intende raggiungerli. Si tratta peraltro di questioni di cui si parla da almeno 15 o 20 anni ma su cui si e’ fatto molto poco. Che sia la volta buona? Ne dubito molto.

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la crisi europea ha origini di natura piu’ istituzionale che economica, nel senso che la crisi economica dipende in buona parte da quella istituzionale. Mancano istituzioni in grado di coordinare la politica economica europea e di generare risposte efficaci alla crisi in corso, che non finira’ presto. Non si tratta di una questione semplice perche’, ad un interesse comune a proseguire nel processo di integrazione, corrispondono legittimi interessi nazionali, talvolta divergenti. Bisognerebbe riconoscere che l’aver creato l’unione monetaria senza un adeguato sostegno istituzionale e’ stato un errore. E questo errore e’ dipeso da una fiducia eccessiva nella disciplina che l’Euro avrebbe imposto ai paesi che lo adottavano.

La teoria economica degli ultimi decenni ha sottolineato con forza, e spesso a ragione, che per raggiungere risultati socialmente ottimali occorre fornire agli individui gli incentivi giusti. Nel caso dell’Euro ci si e’ illusi che, rimossa la possibilita’ di svalutare le monete nazionali e imponendo vincoli alla finanza pubblica, i paesi membri avviassero una serie di riforme strutturali che li mettesse al passo con i paesi piu’ competitivi dell’Unione. Con l’Euro saremmo diventati tutti tedeschi! Sono passati quasi 15 anni ed e’ successo di tutto, tranne le suddette riforme.

Il problema e’ che gli incentivi che l’Euro pone al sistema-paese sono importanti ma le realta’ istituzionali e culturali sono piu’ complesse di quanto la teoria economica riesca oggi a darsi conto. Il risultato e’ che le riforme si sono finora concentrate contro i piu’ deboli, essenzialmente in un’unica direzione: svalutare il lavoro, rendendolo piu’ precario, meno garantito e meno pagato, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Una interpretazione benigna delle politiche di austerita’, che hanno poco senso dal punto di vista macroeconomico, e’ che esse possano rappresentare la frusta per spronare i paesi meno competitivi sulla via delle riforme strutturali. C’e’ una logica in tutto questo che, se spinta troppo, diventa un’illusione pericolosa: non siamo e non possiamo essere tutti tedeschi, e comunque ci vorra’ molto tempo prima che le differenze di efficienza dei sistemi-paese possano ridursi. Occorrono dunque istituzioni che siano in grado di governare questa fase delicata, mantenendo in piedi gli incentivi (evitando cioe’ di creare aree dell’unione cronicamente dipendenti da trasferimenti federali) ma anche garantendo allo stesso tempo che i benefici dell’unione non si concentrino in pochi paesi, come sta di fatto succedendo.

I vecchi ricettari, dunque, servono a ben poco. Occorrerebbe invece mettere mano urgentemente alle istituzioni europee in direzione di una maggiore integrazione: questa e’ la riforma istituzionale di cui abbiamo veramente bisogno. Manca esattamente un anno alle elezioni europee del 2014: e’ tempo di elaborare proposte e di dare a queste elezioni, nei limiti del possibile, un carattere costituente.

[Dati alla mano, L’Unita’ 10.06.2013]

Un finanziamento pubblico alle scelte dei ricchi

Il disegno di legge approvato venerdi’ scorso dal Consiglio dei Ministri non abolisce il finanziamento pubblico dei partiti. Si tratta di una buona notizia perche’ il finanziamento pubblico dei partiti e’ importante per un equilibrato funzionamento delle istituzioni democratiche, motivo per cui, in forme e quantita’ diverse, e’ presente in quasi tutte le democrazie. Le buone notizie pero’ finiscono qua. Il ddl contiene interessanti novita’ per quanto riguarda i meccanismi di finanziamento pubblico ma introduce pesanti distorsioni per quanto riguarda la capacita’ dei cittadini di essere rappresentati. Non solo viene incentivata per legge la maggiore influenza dei cittadini piu’ facoltosi ma lo si fa per giunta a spese del contribuente.

Il finanziamento ai partiti viene strutturato su due pilastri: 1) i fondi finora distribuiti come rimborso elettorale vengono rimpiazzati da un meccanismo simile a quello utilizzato per il finanziamento delle confessioni religiose: i cittadini potranno optare di devolvere il 2 per mille dell’imposta sul reddito ai partiti che abbiano almeno un rappresentante eletto in parlamento; 2) si introduce un sistema di detrazioni fiscali a favore di donazioni ai partiti (rimpiazzando il meccanismo di matching grants che era stato introdotto nel luglio 2012, secondo il quale per ogni euro donato da un cittadino lo stato contribuiva mezzo euro).

L’introduzione del 2 per mille puo’ essere utile purche’ tutti i cittadini, con la propria firma, siano in grado di devolvere lo stesso ammontare medio, anziche’ direttamente la propria quota di imposta. Al momento l’ art. 4 del ddl afferma “ciascun contribuente puo’ destinare il due per mille della propria imposta sul reddito”. Se cosi’ fosse allora il 2 per mille sarebbe piu’ elevato per i contribuenti con un reddito maggiore e si darebbe automaticamente piu’ peso ai cittadini con maggiore capacita’ contributiva, il che sarebbe inaccettabile. Resta in ogni caso problematica l’allocazione del cosiddetto inoptato, ossia della quota di cittadini che non avranno espresso nessuna preferenza, ne’ per un partito ne’ per l’Erario.  Nel caso di cittadini che non scelgono, che presumibilmente saranno la maggioranza, il 2 per mille verra’ ripartito proporzionalmente alle scelte di coloro che hanno esercitato l’opzione. Tutti gli studi in materia suggeriscono molto chiaramente che i cittadini a piu’ alto reddito partecipano con una probabilita’ piu’ alta ad attivita’ politiche e associative. Non e’ dunque difficile presumere che, anche nel caso del 2 per mille, essi eserciteranno la loro opzione in proporzione maggiore alla media e che dunque l’inoptato si concentrera’ fra i cittadini piu’ poveri e meno istruiti. Costoro, dunque, vedranno i loro fondi allocati secondo le preferenze di cittadini piu’ benestanti. Questo meccanismo perverso verrebbe ulteriormente aggravato se si concedesse ad ogni cittadino la possibilita’ di devolvere direttamente il due per mille del proprio reddito (come recita il ddl al momento) anziche’ un valore medio uguale per tutti, perche’ in questo caso i cittadini con maggiore capacita’ contributiva avrebbero anche un maggiore peso nell’allocazione dell’inoptato. Il governo dovrebbe dunque chiarire urgentemente cosa esattamente i cittadini possono devolvere con il proprio due per mille.

L’altra fonte di finanziamento per i partiti saranno, come sono sempre stati, i contributi di persone fisiche e societa’. La novita’ in questo caso e’ l’introduzione di detrazioni fiscali a vantaggio del donatore. Si tratta di una interessante novita’, che ho piu’ volte suggerito in passato (ad esempio in questo articolo per lavoce.info). Incentivare le donazioni private puo’ essere molto utile: innanzitutto spinge i partiti a dover chiedere soldi ai cittadini e dunque a doverne guadagnare la fiducia non solo al momento del voto. Inoltre le donazioni private aiutano a non fotografare l’esistente (come invece fanno i rimborsi elettorali) e dunque favoriscono l’emergere di nuovi movimenti, nuovi candidati ed idee. Tutto questo pero’ e’ vero solo se parliamo di piccole donazioni fatte dai cittadini unicamente sulla base delle loro opinioni. Il meccanismo proposto dal governo invece garantisce ingenti sconti fiscali anche a grandi donatori. Si propone infatti una detrazione del 52% su donazioni fra i 50 e i 5.000 euro e del 26% per donazioni fra 5.000 e 20.000 euro per le persone fisiche. Peraltro nessuna detrazione sembra essere prevista sotto i 50 euro. Lo sconto del 26% si applica addirittura fino a 100.000 euro nel caso di societa’. Ma perche’ la collettivita’ dovrebbe voler incoraggiare la donazione di fondi cosi’ ingenti ai partiti? Perche’ si vuole sottrarre dalle casse dello Stato 26.000 euro in cambio di una donazione ad un partito di 100.000 euro? Le donazioni da 100.000 euro costituiscono di fatto attivita’ lobbistiche che andrebbero piuttosto vietate, non certo incoraggiate con sconti fiscali (ossia a carico della collettivita’). Peraltro molto poco viene fatto per garantire la trasparenza delle donazioni, limitandosi al criterio della tracciabilita’, mentre invece i cittadini avrebbero diritto di avere facile accesso al network di relazioni fra finanziatori e partiti. Se puo’ essere ragionevole voler garantire l’anonimato del piccolo donatore, non c’e’ invece nessun motivo per cui i cittadini non debbano essere messi al corrente di contributi ingenti che, il piu’ delle volte, vengono da gruppi con interessi molto precisi. Negli USA, ad esempio  tutti i contributi al di sopra dei 200 dollari (circa 150 euro) sono visibili su un apposito sito internet, con tanto di nome, cognome e indirizzo del donatore.

Da questo provvedimento dobbiamo aspettarci due conseguenze principali. Innanzitutto e’ evidente il beneficio per i partiti storicamente piu’ vicini agli interessi di chi ha redditi piu’ alti. Inoltre tutti i partiti, anche quelli di sinistra, avranno un incentivo maggiore a fare proposte che vadano incontro agli interessi dei cittadini con maggiore capacita’ contributiva e con tasche piu’ profonde: piu’ semplice andare fuori a cena con un potenziale donatore da 100.000 euro, proponendogli precise politiche a suo favore, che raccogliere la stessa cifra dovendo bussare alle porte di migliaia di cittadini spiegandogli perche’ dovrebbero darvi i loro soldi. E’ questo quello che vogliamo per la nostra democrazia?

[Dati alla mano, l’Unita’ 03.06.2013]