Il paese del re che scappa

L’ostinato e ingenuo attaccamento delle vecchiette inglesi per la loro regina e per i rampolli reali fa un po’ sorridere, soprattutto noi italiani, che gia’ tutto abbiamo visto e crediamo sempre di saperla lunga. Alcune di queste vecchiette, pero’, oltre ai matrimoni nella cattedrale di Westminster, agli intrighi amorosi di corte e alle tazze da te’ con la fotografia di William e Kate, probabilmente ricordano anche i giorni del Blitz, quando i tedeschi bombardarono ripetutamente molte citta’, soprattutto Londra. I reali non correvano gli stessi rischi di un pezzente qualsiasi, ma rimasero a Londra. Visitavano regolarmente i rifugi creati per la popolazione, dopo ogni bombardamento si facevano vedere ad ispezionare le macerie fumanti. La monarchia contava gia’ allora poco piu’ che il due di briscola, ma fu di immensa importanza per il morale di chi viveva sotto le bombe il vedere che il re e la sua famiglia erano li’ con loro, almeno simbolicamente, anche se non proprio rifugiati nelle stazioni della metropolitana. Se la monarchia britannica suscita ancora emozioni in parte della popolazione e’ anche per come si comporto’ in quei giorni. I privilegi vengono tollerati e giustificati molto piu’ facilmente quando chi si trova in posizioni di responsabilita’ dimostra di essere una guida affidabile, di avere visione per il benessere dei cittadini comuni e di essere pronto a condividerne il destino.

Vittorio Emanuele, invece, scappo’. E senza alcun riguardo per le sofferenze e le tragedie che stavano per abbattersi sugli italiani. L’Italia avrebbe potuto scegliere di difendere il suo territorio, di usare l’esercito per proteggere i propri confini e la propria gente. Il 25 luglio del 1943 la presenza delle forze armate tedesche in Italia era ancora relativamente modesta e gli sforzi della Germania si concentravano sul fronte orientale. Ma l’Italia non aveva alcun piano di difesa, ne’ qualsivoglia strategia per uscire dal conflitto minimizzando i danni alla popolazione, il che non fu mai una priorita’ della monarchia Sabauda. Fra il 25 luglio e i primi di settembre i tedeschi occuparono pacificamente la penisola, salvo poi brutalizzarla dopo l’8 settembre.

E’ noto che quando due ufficiali americani arrivarono in segreto a Roma, la sera del 7 settembre 1943, il capo di stato maggiore generale Ambrosio era a Torino per aiutare la moglie in un trasloco, il comandante della difesa di Roma generale Carboni era ad una festa e il primo ministro Badoglio era andato a letto presto: gli americani dovettero insistere parecchio affinche’ fosse svegliato. Poi la fuga, senza lasciare ordini, senza un piano, senza alcuna cura per quello che sarebbe successo agli italiani ormai nelle mani dell’esercito tedesco. Ne seguirono sofferenze inaudite per la popolazione civile, villaggi rasi al suolo, stragi piu’ o meno note, fame e miseria. I militari italiani furono abbandonati senza una parola, 700.000 giovani furono catturati dai tedeschi e internati nei lager, dove furono fatti lavorare come bestie. Molti non tornarono, quelli che fecero ritorno non furono mai risarciti da nessuno. Dal fronte albanese mio nonno fu deportato a Duisburg, dove soggiorno’ la nazionale italiana che vinse i mondiali nel 2006. Non se ne seppe nulla per due anni, finche’ un giorno lo videro scendere dall’autobus sulla piazza di Gessopalena, che nel frattempo era stata rasa al suolo, minata dai tedeschi casa per casa. Andarono a chiamare mia nonna nelle campagne: la cartolina con cui le aveva scritto che stava per tornare non era mai arrivata.

Fu la fine per una classe dirigente inetta e arrogante che, fra le tante sue responsabilita’, non volle o non fu in grado di programmare una difesa del territorio e che scappo’ dai destini delle popolazioni di cui era responsabile. Da li’ nacque la resistenza e una nuova Italia. Tanto e’ cambiato da allora ma ancora tanto resta da cambiare. Una classe dirigente che non apporta idee e soluzioni per il benessere dei cittadini, che non ha alcuna strategia per fronteggiare le sfide del futuro e che non sembra avere nemmeno intenzione di essere partecipe del destino comune e’ inutile oggi come allora: non se ne giustificano i privilegi e non se he giustifica soprattutto la leadership. Certamente non se ne giustifica il desiderio di porsi al di sopra delle leggi a cui sono sottoposti tutti i cittadini comuni. Per favore, risparmiateci un altro 8 settembre.

Dati alla mano, L’Unita’ 8/9/2013

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