Le riformine non ci salveranno

L’OCSE ha reso noti oggi i risultati di una importante indagine sulle competenze dei cittadini adulti (fra 16 e 65 anni) di 24 paesi avanzati. Si tratta di una indagine simile a quella che conduce regolarmente sugli studenti (PISA), i cui risultati non lusinghieri per il nostro paesi sono ormai ben noti. E’ giusto forse sempre mantenere alta la guardia e non prendere questo tipo di valutazioni e comparazioni internazionali come oro colato. Si tratta però di un’indagine che ha coinvolto 166.000 persone, condotta con i metodi più rigorosi da gente molto seria, i cui risultati quindi costituiscono quanto di meglio abbiamo a disposizione per effettuare questo tipo di confronti. Mi pare oltretutto che i risultati siano inequivocabili per quanto riguarda l’Italia. Dei 24 paesi presi in considerazione, l’Italia è ultima quanto a competenze linguistiche, penultima in competenze matematiche. Michele Pellizzari, uno degli autori del lavoro, ne fa una sintesi molto efficace in questo articolo su lavoce.info, quindi non mi soffermo più di tanto sui risultati e rimando i lettori al suo articolo oppure direttamente al report, che si può scaricare gratuitamente da questo link. Vorrei invece soffermarmi brevemente sull’interpretazione di questi dati e sulle possibili implicazioni di politica economica. La conseguenza più ovvia, come sottolinea Pellizzari nel suo articolo, è che occorrerebbe investire di più nel nostro sistema educativo. Questo mi pare sacrosanto. Però i guai dell’Italia sono purtroppo ormai piuttosto seri e temo che investire in istruzione possa alla fine servire a ben poco se il nostro sistema produttivo non sarà in grado di assorbire le maggiori competenze. A che serve avere laureati brillanti e pieni di entusiasmo se poi se ne andranno a lavorare in America, in Inghilterra, in Germania e così via. Il cittadino paga le tasse, sussidia la formazione dei giovani migliori, i quali poi devono spesso fare fagotto ed andare altrove, e sempre di più lo faranno se le cose continuano ad andare così. Così facendo sussidiamo di fatto paesi più ricchi di noi. Dunque migliorare il nostro sistema formativo è condizione necessaria ma non sufficiente. Come mostra Enrico Moretti nel suo libro sugli Stati Uniti “The New Geography of Jobs”, il lavoro qualificato tende a spostarsi dove esiste già un’alta concentrazione di lavoro qualificato. E questo sta portando l’America verso una “great divergence”.  Città come Boston e San Francisco attirano continuamente capitale umano elevatissimo, in grado di generare innovazione e reddito, che si traducono in una maggiore domanda di servizi che alla fine genera occupazione anche nei settori meno qualificati. Nel frattempo altre città come Detroit restano ancorate a produzioni più tradizionali, non attirano o addirittura perdono capitale umano, il che danneggia anche i lavoratori meno qualificati. Le stime di Moretti dicono che per ogni assunto high tech nella Silicon Valley, attraverso un effetto moltiplicatore, si possono generare fino a 5 posti di lavoro nel settore servizi, sia di professionisti, come medici e avvocati, che in settori che richiedono manodopera meno qualificata (taxi, ristoranti etc). E’ ben possibile che in questo processo l’Italia si trovi in questo momento dal lato sbagliato, ossia siamo molto più Detroit che Boston: in media produciamo in settori tradizionali con basso contenuto tecnologico e bassa domanda di capitale umano, il che induce perdita di capitale umano, che riduce a sua volta la domanda di lavoro nel settore dei servizi (ma anche nella manifattura se non si innova), con perdite di posti di lavoro e di remunerazione anche per i lavoratori meno qualificati. Alla fine cresce solo la domanda di badanti, finchè le pensioni basteranno. Occorre allora un big push, una rottura di questo circolo vizioso che non può avvenire con riformicchie di piccolo cabotaggio, peraltro costrette nei limiti di una finanza pubblica a pezzi: un piccolo sconto fiscale di qua, qualche spicciolo in più per l’università di là, un sussidietto a chi assume giovani (o a chi li avrebbe assunti comunque) e così via. Tutto bene, tutto fa brodo, forse. Ma non farebbe male essere un po’ più ambiziosi. Dovremmo porci seriamente il problema di come attirare (o riportare) in questo paese forza lavoro altamente qualificata, di come creare un ambiente più accogliente per chi vuole darsi da fare, per chi ha idee nuove, diverse, strane. Nessuno ha la bacchetta magica, certo, ma non si possono risolvere i problemi se non li si vede nemmeno. Uno degli ostacoli principali che dovremo fronteggiare sarà la scarsa percezione del bivio che abbiamo di fronte.

[Dati alla mano, L’Unita’, 8/8/2013]

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