Outsiders in fuga

Fa un po’ effetto leggere Alfredo Reichlin che parla di “nazione”. Con la consueta lucidita’ Reichlin scriveva il 22 novembre scorso su questo giornale: Stiamo attenti. La crisi sta intaccando il tessuto stesso della nazione, e io uso questa grande parola che è «nazione» perché è di questo che si tratta. Non solo dell’economia e nemmeno solo delle Istituzioni. Si tratta di un oscuramento delle ragioni dello stare insieme. Sono troppi, non solo tra i giovani, quelli che vogliono andare a vivere all’estero. È una crisi di fiducia, aggravata dalla latitanza delle élite e dalla pochezze delle classi dirigenti politiche.”

Sono d’accordo, eccetto per il fatto che non penso sia la crisi la causa di quanto sta accadendo, se per crisi si intende la grande recessione cominciata nel 2008. A mio parere la crisi economica sta fungendo da detonatore ad una bomba che esisteva da parecchio tempo, fatta di una torta che si stringe progressivamente, di privilegi intoccabili e di molte altre questioni mai risolte e mai nemmeno affrontate da un’elite politica ed economica troppo spesso chiusa ed autoreferenziale, nonche’ fondamentalmente scettica della capacita’ della gente comune di autogovernarsi e di autodeterminarsi.

Le persone che vanno a vivere all’estero sono sempre di piu’, come mostra chiaramente il grafico qui sotto che riporta il numero di iscritti all’ Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) a fine 2012 suddivisi per anno di iscrizione (fonte Ministero dell’Interno). Il numero complessivo di iscritti all’AIRE dal 2005 a oggi e’ cresciutio di quasi un milione e si avvicina ormai ai 4 milioni e mezzo. Si tenga conto che tanti ragazzi vanno all’estero e non si iscrivono all’AIRE, per cui la tabella sicuramente sottostima il dato reale, forse anche di molto. Ad ogni modo il grafico ci dice che il trend non e’ cresciuto dopo il 2008, bensi’ piu’ o meno a partire dalla fine degli anni novanta. E quelli che vogliono andare a vivere all’estero, cui si riferisce Reichlin, sono probabilmente molti di piu’. In realta’, con una scuola che poco e male insegna le lingue straniere, sono fortunati quelli che ci riescono.

 aire

Che ci sia gente che vuole andare a vivere all’estero e’ normale e anche sano al giorno d’oggi. Ma quello che sta succedendo ultimamente va ben oltre questa fisiologica mobilita’ e questo sano desiderio di scoperta. Sappiamo bene che chi va via spesso (non sempre, per fortuna) in Italia non trova lavoro o comunque non ha l’opportunita’ di costruirsi un’esistenza dignitosa. Ma si puo’ andare oltre: non di rado queste persone fanno ormai anche fatica a trovare un’identita’ “nazionale” in cui riconoscersi: vanno via ma si sentono gia’ fuori del paese, vanno via perche’ si sentono fuori piuttosto che il viceversa. In cio’ gioca un ruolo non marginale il massacro della nostra identita’ nazionale avvenuto negli ultimi venti anni, ma qui voglio parlare di altro. Ossia del fatto che alla radice di questo chiamarsi fuori c’e’ un conflitto vero, il conflitto fra insiders e outsiders, in economia come in politica. E’ una divisione che si fa sempre piu’ netta fra chi in questo paese ha le porte aperte e chi le trova sempre tutte chiuse, e certo la crisi, restringendo la torta, fa si’ che ogni zolla di terra venga difesa con le unghie e con i denti. Stiamo attenti: quando parlo di insider e outsider non intendo riferirmi nemmeno lontanamente alla contrapposizione fra padri e figli che ci viene continuamente propinata nel tentativo di mettere precari contro pensionati, call centers contro catene di montaggio, nuovi sfruttamenti contro vecchi sacrifici. Seppure cogliendo un elemento di realta’, la favola del conflitto generazionale ignora (o fa finta di ignorare) che esiste il diritto ereditario e che il conflitto vero morde altrove. Non fra l’operaio con contratto a tempo indeterminato e i suoi figli precari. Il conflitto piu’ grave nasce laddove l’operaio o l’impiegato si sono illusi che i loro figli potessero stare meglio di loro e invece stanno peggio, non perche’ non siano capaci, ma perche’ lo spazio si e’ ristretto e viene difeso a spada tratta dagli insiders, quelli veri, quelli che riescono a tramandarsi quasi tutto, comprese le professioni, i posti di lavoro piu’ appetibili, le clientele, i privilegi, il potere, persino i seggi in parlamento o nelle assemblee locali.

Mi ha dunque anche colpito che una delle questioni centrali del nostro tempo, quello della mobilita’ sociale, abbia avuto cosi’ scarso rilievo in tutte le mozioni congressuali presentate dai candidati alla Segreteria PD (ne ho parlato brevemente in questo post). Eppure siamo un paese in cui gli alti livelli di disuguaglianza e la bassa mobilita’ intergenerazionale dovrebbero essere in cima alla lista dei problemi da affrontare per chiunque si proclami democratico. Il destino di una persona da noi dipende dallo status economico e professionale dei suoi genitori piu’ che nella maggior parte dei paesi europei. Guardate il grafico qui sotto: che ci facciamo lassu’ insieme a USA e UK? Siamo diseguali e poco mobili quanto i paesi anglosassoni ma senza possedere neppure lontanamente il dinamismo di quelle economie.

 great gatsby curve

Il punto e’ che la matrice della nostra disuguaglianza ha poco a che vedere con il liberismo (con annesso classismo nella selezione scolastica) che caratterizza i paesi anglosassoni. Il grafico qui sotto parla chiaro: Italia, USA e UK sono molto vicini in termini di mobilita’ intergenerazionale (bassa) ma sono agli antipodi per quanto riguarda il rendimento economico dell’istruzione. Una laurea vale molto in USA e UK (in termini di differenziale di reddito che riesce a generare), vale anche abbastanza in paesi piu’ eguali del nostro, come Francia o Germania, ma vale pochino in Italia. Il nostro e’ dunque un paese con alta disuguaglianza, bassa mobilita’ intergenerazionale, e dove non ci e’ neppure concesso di migliorare la nostra condizione studiando.

 returns to education

In USA e UK l’istruzione di qualita’ rende molto sul mercato del lavoro ma quasi esclusivamente famiglie a reddito elevato possono accedervi. Da noi il problema e’ evidentemente diverso: ad un egualitarismo di facciata nell’accesso alla scuola (pur sempre importante, intendiamoci) corrisponde pero’ la quasi inutilita’ dei titoli di studio su un mercato del lavoro che si basa prevalentemente sul network, sul “chi conosci” invece di “cosa conosci” e che dunque ci ripropone e ci riproporra’ la separazione fra insiders e outsiders, fra chi ha un network di conoscenze che gli consente di accedere a rendite di posizione che remunerano ben oltre la produttivita’ del lavoro offerto e chi invece questo network non ce l’ha e vende il suo lavoro sul libero mercato, selvaggio e poco regolamentato come non mai (quando non addirittura in nero).

Niente di strano allora se chi si sente outsider vada via, portando con se’ quello che sa e impoverendo il paese piu’ di quanto riescano a percepire quelli che restano. E non dobbiamo nemmeno meravigliarci se in queste circostanze, estremizzate dalla crisi economica, possa venire meno il senso dello stare insieme come “nazione”. La conseguenza politica di tutto cio’ e’ che questi outsiders hanno votato massicciamente per Grillo alle ultime elezioni. Il punto adesso e’ un altro: cosa possiamo fare? E cosa ha da dire la sinistra a queste persone? Troppo poco finora, mi pare, speriamo qualcosa di piu’ in futuro.

[Dati alla mano, l’Unita’ 6.12.2013]

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