L’alta marea della disuguaglianza

«L’alta marea solleva tutte le barche, grandi e piccole». Questa metafora, attribuita a John Kennedy, viene spesso usata per dire che quando l’economia va bene tutti stanno meglio, anche le persone con redditi bassi. E dunque ciò che conta è che l’economia cresca, non dobbiamo troppo preoccuparci di come la ricchezza venga distribuita nella società.

Forse anche a causa di questa convinzione, per molto tempo la distribuzione di reddito e ricchezza è rimasta un argomento di nicchia nella professione economica. Le ricette per la crescita elaborate nei migliori dipartimenti di economia si basavano anzi sull’idea del trickle down, ossia sull’ipotesi (solo di un’ipotesi si tratta) che l’arricchimento di pochi finisca con il creare benessere per tutti gli altri. E questo perché gli individui ad alto reddito, che in certa modellistica economica sono anche i più dotati di capacità produttiva, sono coloro che con il loro impegno, lavoro, iniziativa, rischio, investimento ecc. ecc. sono in grado di creare posti di lavoro e benessere per gli altri. E dunque nessuno si scandalizzi se il CEO di un’azienda percepisce remunerazioni centinaia o migliaia di volte superiori a quelle di un impiegato medio della stessa azienda. Un impiegato medio di Walmart guadagna circa 25.000 dollari all’anno, mentre il CEO di quell’azienda percepì nel 2012 oltre 23 milioni. Nel 2011 Tim Cook, CEO di Apple, ha ricevuto azioni per un valore di circa 378 milioni di dollari (a condizione di restare in Apple per altri 10 anni), oltre seimila volte il reddito di un impiegato medio di Apple. Ma niente di cui preoccuparsi: i bonus milionari, i fantastilioni di buonuscita e compagnia bella sarebbero giustificati dal fatto che detti managers, con la loro visione e capacità, creano lavoro e benessere per tutti: il rischio semmai, è che a non remunerarli abbastanza si finisce con l’avere managers incompetenti o poco motivati, con danni per le aziende e per l’economia tutta. Questa filosofia è stata riassunta in modo magistrale da lord Mandelson, l’eminenza grigia del New Labour britannico, tassello cruciale dietro il successo politico di Tony Blair, quando affermò di essere «intensely relaxed about people getting filthy rich», che potremmo tradurre con «completamente tranquillo sul fatto che ci sia chi si arricchisce come un maiale».

Uno dei meriti di Thomas Piketty, che presenterà la traduzione italiana del suo libro Il Capitale nel XXI Secolo l’8 ottobre alla Bocconi di Milano e il 9 ottobre alla Camera dei Deputati in un evento organizzato proprio da Re:Vision, è quello di aver dimostrato, raccogliendo e analizzando dati per diversi paesi che vanno indietro di due secoli, che i fatti non corrispondono alla metafora di Kennedy. Il periodo di maggiore crescita economica e diffusione del benessere in Occidente, la golden age che va dal dopoguerra agli anni ’70, ha coinciso con il punto di minimo delle diseguaglianze. Come sempre, nelle scienze sociali occorre cautela: l’evidenza di Piketty non prova che l’uguaglianza faccia bene alla crescita né il contrario, in quanto non disponiamo di un controfattuale. Ma dovrebbe indurci quanto meno a nutrire qualche dubbio su quelle teorie che suggeriscono che l’arricchimento di pochi e le disuguaglianze economiche siano al servizio del benessere di tutti.

Piketty è stato uno dei primi, con Tony Atkinson e Emmanuel Saez, ad attirare l’attenzione sulla disuguaglianza che andava accumulandosi all’estremo più alto della distribuzione del reddito. Molto prima del successo ottenuto presso il grande pubblico con Il Capitale nel XXI secolo, Piketty aveva mostrato come, a partire dagli anni ’70, il reddito si sia progressivamente concentrato nelle mani dell’uno per cento più ricco della popolazione. Non solo, in quell’1%, il reddito si andava concentrando in particolare nello 0.1% più ricco e così via. Nel 2012 il top 1% delle famiglie americane guadagnava il 22,5% del reddito totale, e il top 10% guadagnava complessivamente più del restante 90% della popolazione. Per avere una distribuzione del reddito così diseguale bisogna tornare indietro parecchio tempo, al 1928, guardacaso appena prima della grande depressione.

Attenzione però, Mandelson potrebbe ancora dirci che non dobbiamo preoccuparci della disuguaglianza: è vero che in pochi (molto pochi) si sono arricchiti in modo spudorato, ma vedrete che questo ha avuto le sue ricadute positive (trickle down) su tutti gli altri: in altri termini, saranno pure aumentate le distanze, ma tutti sono andati avanti. Ancora una volta, però, i dati ci raccontano un’altra storia: il salario reale medio americano non cresce quasi praticamente dagli anni ’70, mentre le remunerazione dei top managers si sono nel frattempo almeno decuplicate. Dunque niente trickle down, sorry.

È evidente che ci troviamo di fronte ad una questione che poco si presta a semplificazioni eccessive. Le ragioni della formidabile crescita della disuguaglianza degli ultimi anni sono molteplici e ancora non pienamente comprese. Lo stesso si può dire circa le politiche ottimali per fronteggiarla. Esiste però un discrimine importante, e particolarmente importante a sinistra: pensiamo che l’esplosione della disuguaglianza e la concentrazione di reddito e ricchezza in poche mani rappresentino un problema a cui cercare di porre rimedio oppure la pensiamo come Mandelson, ossia che si tratta di un tema di cui semplicemente non dovremmo interessarci? C’è tanta sinistra oggi in Italia che ancora fa fatica a parlare di disuguaglianza e che continua a tollerare (se non addirittura perseguire) l’arricchimento di pochi come strumento per il benessere collettivo. Rispetto a questa visione occorre innanzitutto una svolta culturale, che ponga i temi della disuguaglianza, della povertà e dell’emergenza sociale al centro del dibattito di politica economica. Leggere il libro di Piketty aiuta. Io qui ho fornito solo alcuni spunti sul lavoro di Piketty pre-Capitale. E a chi non abbia voglia di affrontare le oltre 700 pagine del Capitale nel XXI secolo, suggerisco di leggere (in inglese) l’ottima recensione di Branko Milanovic.

pubblicato il 7.10.2014 su re-vision.info