L’importante è partecipare

Nel commentare il drammatico aumento dell’astensionismo alle elezioni regionali di domenica scorsa il nostro presidente del consiglio lo ha definito un “problema secondario”. Si sbaglia. Il segnale che arriva dalle urne è molto preoccupante e dovrebbe indurre qualche riflessione in più in chi, oltre alla mera gestione del potere, sia interessato anche alla qualità della vita democratica del nostro paese.

Partiamo dai dati. Queste elezioni segnano una netta discontinuità con il passato, pure nel contesto di un trend decrescente di partecipazione che dura da molti anni. In Emilia Romagna, su quasi tre milioni e mezzo di aventi diritto, hanno votato poco più di un milione e trecentomila, il 37,7%. Alle prime elezioni regionali del 1970 votò il 96,6%. Da allora il calo è stato costante, né ci si poteva aspettare altrimenti visto il punto di partenza molto elevato. Si era tuttavia ancora ben al disopra del 90% nel 1990 e quasi all’80% nel 2000. Nel 2010 si arrivò al 68%, ma è evidente che le elezioni del 2014 segnano una discontinuità in negativo, con i votanti quasi dimezzati rispetto a quattro anni fa. Il Partito Democratico, pur vincendo, ha ottenuto 535 mila voti rispetto agli 858 mila di quattro anni fa. In Calabria hanno votato in circa 800 mila, su quasi un milione e 900mila aventi diritto, ossia il 42%. Qui si è sempre votato meno che in Emilia Romagna e comunque alle prime regionali del 1970 si raggiunse quasi l’82%. Nel 2010 votò il 59,2%, oltre un milione e centomila elettori: si sono persi dunque oltre 300mila voti. Evito ogni confronto con le più recenti elezioni Europee, perché si tratta di elezioni molto diverse e difficilmente comparabili.

Nel complesso i governatori entranti sono stati votati da un’esigua minoranza degli aventi diritto: il 17,3% in Emilia Romagna, il 25,8% in Calabria. Dobbiamo preoccuparcene? Se la democrazia consiste unicamente in una procedura, ossia nella mera applicazione di alcune regole, allora possiamo stare tranquilli: le regole sono state rispettate e chi si appresta a governare lo farà in ogni caso con piena legittimaità. Le cose non vanno però così bene se vogliamo che attraverso quelle regole si intenda rispondere alle esigenze di una platea quanto più ampia possibile di cittadini, cercando cioè di ricomporre attraverso la politica i conflitti sociali, incanalandoli su esiti che rappresentino una sintesi di esigenze e interessi diversi piuttosto che il dominio di alcuni interessi su altri. Se pensiamo che la democrazia abbia, fra le sue molte funzioni, anche quella di rappresentare i diversi interessi in modo equilibrato, non possiamo insomma considerare la bassa affluenza alle urne un problema secondario.

Lo chiarisce molto bene in uno scritto del 1905 Gaetano Salvemini, uno dei padri della nostra democrazia e fra i primi a battersi per il suffragio universale fra lo scetticismo di molti dirigenti socialisti di inizio secolo:

Nella concorrenza politica prevalgono volta per volta quei partiti, le cui idee e la cui azione meglio soddisfacciano i bisogni di quelle classi o di quei gruppi, che per un motivo qualunque (violenza materiale, ricchezza, cultura, coscienza della propria posizione e dei propri diritti, ecc., ecc.) si trovino in un dato periodo ad avere la preponderanza sociale. Un regime di suffragio ristretto assicura la prevalenza a quei soli partiti, la cui azione risponde alla psicologia e ai bisogni di quella sola parte della popolazione, che ha il monopolio del voto, anche se le manchino i motivi di prevalenza naturale; mentre il suffragio universale apre il campo alla concorrenza di tutti gl’interessi e di tutti i partiti. Escludendo dal diritto elettorale una parte della popolazione, si dispensano i partiti politici dall’occuparsi in via normale dei bisogni degli esclusi.

Salvemini chiedeva l’estensione del suffragio agli analfabeti. Oggi per fortuna si tratta di una questione superata. E tuttavia la presenza di un astensionismo senza precedenti rende nuovamente attuali, in termini diversi, le parole di Salvemini.

Partiamo da un fatto ben noto: regole formali che garantiscono il diritto di voto non significa che tutti votino con la stessa probabilità. Decenni di ricerche su molti paesi, incluso il nostro, mostrano chiaramente che ad una partecipazione aggregata bassa corrisponde invariabilmente una partecipazione socialmente distorta, in cui ad astenersi sono prevalentemente alcune categorie di elettori. La partecipazione al voto cresce con il reddito, con il grado di istruzione, con l’età. E dunque quando la partecipazione è bassa a votare meno sono le persone a reddito più basso, i disoccupati, le persone meno istruite, i più giovani: si tratta in altri termini di persone che si collocano prevalentemente nella parte bassa della distribuzione del reddito e che sono peraltro più vulnerabili alle conseguenze della grave crisi economica in corso. Portando le parole di Salvemini nel XXI secolo, se costoro non votano che interesse avranno i politici a rappresentare i loro interessi? La politica avrà invece sempre di più un incentivo a lasciar perdere gli astenuti e a concentrarsi sui segmenti alti della distribuzione del reddito, coloro che non solo votano con una probabilità più alta ma che sanno anche farsi sentire attraverso le lobby, le connessioni familiari, o più direttamente attraverso il denaro di cui i politici hanno sempre più bisogno per guadagnare voti durante le campagne elettorali o per creare consenso sulle cause che intendono promuovere.

Ne è una riprova la correlazione ben documentata e robusta fra spesa sociale e partecipazione elettorale: paesi con più alta partecipazione elettorale hanno, ceteris paribus, un maggiore rapporto fra spesa sociale e PIL e dunque dedicano una parte maggiore delle risorse disponibili a servizi che vengono fruiti prevalentemente da persone a reddito medio e basso. È difficile dire fino a che punto questa correlazione rifletta un rapporto di causalità come quello illustrato nella frase di Salvemini. E tuttavia l’ipotesi che a spingere la spesa sociale sia la partecipazione elettorale delle persone a reddito medio-basso ha finora dimostrato di avere buone fondamenta sia teoriche che empiriche.

Per non lasciare la gestione della cosa pubblica nelle mani di pochi gruppi dominanti e delle lobby (possiamo usare l’espressione “poteri forti” senza essere accusati di complottismo?) la partecipazione politica è dunque di fondamentale importanza. Non che la partecipazione si esaurisca con il voto: l’indifferenziata sfiducia nella politica come strumento di soluzione dei problemi e l’emoraggia di iscritti ai partiti meriterebbero anch’esse un po’ di attenzione da chi intenda governare democraticamente questo paese.

articolo pubblicato su re-vision.info il 28.11.2014

Democrazia è partecipazione

Nelle due regioni dove si è votato domenica, l’affluenza alle urne è stata molto bassa, in particolare in Emilia Romagna. Certo, chi ha vinto è legittimato a governare. Ma l’astensionismo deve preoccupare. Anche perché esiste una correlazione fra partecipazione elettorale e spesa sociale.

IL CALO DEI VOTANTI IN EMILIA ROMAGNA…

Il calo della partecipazione al voto alle elezioni regionali del 23 novembre ha proporzioni drammatiche.
Le regioni hanno responsabilità importanti con profonde ricadute sulla vita dei cittadini, particolarmente nella sfera della sanità. Non si tratta dunque di entità irrilevanti o troppo distanti dai cittadini (argomento che viene spesso usato per spiegare la bassa affluenza alle Europee). Ciononostante l’affluenza alle urne nelle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria è scesa ben al di sotto del 50 per cento ed è in netto calo rispetto alle elezioni precedenti, che pure avevano fatto registrare un record negativo. Schermata 2014-11-24 alle 19.04.57

In Emilia Romagna, su quasi tre milioni e mezzo di aventi diritto, hanno votato poco più di un milione e trecentomila, il 37,7 per cento. Alle prime elezioni regionali del 1970 votò il 96,6 per cento. Da allora il calo è stato costante, né ci si poteva aspettare altrimenti visto il punto di partenza molto elevato. Si era tuttavia ancora ben al disopra del 90 per cento nel 1990 e quasi all’80 per cento nel 2000. Nel 2010 si arrivò fino al 68 per cento, ma è evidente che le elezioni del 2014 segnano una netta discontinuità in negativo, con i votanti quasi dimezzati rispetto a quattro anni fa. Il partito che ha vinto le elezioni, il Partito democratico, ha ottenuto 535mila voti, oltre 320mila voti in meno rispetto al 2010.

…E IN CALABRIA

Schermata 2014-11-24 alle 19.05.08

In Calabria hanno votato in circa 800mila, su quasi un milione e 900mila aventi diritto, ossia il 42 per cento. Il calo rispetto all’Emilia Romagna è meno drammatico (nel 2010 la partecipazione fu di quasi il 60 per cento), ma comunque vistoso: hanno votato più di 300mila elettori in meno rispetto a un’elezione (2010) che costituiva fino a ieri il minimo storico. In questo caso, però, il Pd ha aumentato i suoi voti, da 162mila a 185mila.
È facile minimizzare l’importanza di questi dati: le regole della democrazia sono chiare, chi ha vinto ha vinto e su questo non si può discutere. E per un politico la cosa più importante è vincere le elezioni, non importa se quasi due cittadini su tre abbiano deciso di non votare. Ma se si ha a cuore la qualità della democrazia oltre alla gestione del potere, mi pare difficile si possa ignorare che il governatore entrante dell’Emilia Romagna, che ha ottenuto complessivamente poco meno di 600mila voti, governerà con il consenso di solo il 17 per cento degli aventi diritto.

PARTECIPAZIONE E SCELTE POLITICHE

La partecipazione, peraltro, può avere effetti importanti sulle politiche che verranno attuate.
Decenni di ricerche mostrano chiaramente che partecipazione bassa significa anche partecipazione distorta: quando la partecipazione è bassa, a votare meno sono i più poveri (ma in questo caso anche le classi medie), i meno istruiti, i giovani, ossia le persone più vulnerabili soprattutto in un contesto di grave crisi economica come l’attuale. Se costoro non votano, che convenienza avranno i politici a rappresentare i loro interessi? La politica avrà sempre di più un incentivo a lasciar perdere gli astenuti e a concentrarsi sui segmenti alti della distribuzione del reddito, coloro che non solo votano con una probabilità più alta, ma che sanno anche farsi sentire attraverso le lobby, le connessioni familiari, o più direttamente attraverso il denaro che i politici usano per creare consenso durante le campagne elettorali.
La correlazione fra partecipazione elettorale e spesa sociale, a livello internazionale, è molto ben documentata.
Il grafico qui sotto si riferisce a paesi Ocse e mostra come quelli con una partecipazione elettorale (turnout) mediamente più elevata abbiano un rapporto fra spesa sociale e Pil più alto. Si tratta di una correlazione, qui appena visibile, che sopravvive molto bene (e anzi si rafforza) se sottoposta ad analisi statistiche decisamente più sofisticate del nostro semplice grafico. La correlazione positiva vale peraltro anche se si estende il campione per includervi tutti i paesi con qualche credenziale democratica. Pur con tutti i caveat (difficile dire da un’analisi cross-country se e in che misura la correlazione colga un rapporto causale), l’ipotesi che a spingere la spesa sociale sia la partecipazione elettorale delle persone a reddito medio-basso ha buone fondamenta sia teoriche che empiriche.
Difficile quindi essere d’accordo con chi, come il presidente del Consiglio, definisce l’affluenza un “problema secondario”. Secondario può esserlo per politici “office-seeking”, per cui ciò che conta è soprattutto o unicamente la poltrona. Per i cittadini italiani, e soprattutto per le classi medie, si tratta di un pessimo segnale.

Grafico 1 – Partecipazione elettorale e spesa sociale nei paesi Ocse

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articolo pubblicato su lavoce.info il 25.11.2014