Perché chiudere l’Inps e privatizzare il sistema pensionistico è una pessima idea

La democrazia è faticosa e dispendiosa. La ricerca di punti di equilibrio fra idee e interessi contrapposti richiede i suoi tempi e le sue risorse. Ecco allora che periodicamente, e particolarmente nei momenti di crisi, si fanno strada le scorciatoie, le soluzioni facili che vanno dall’autoritarismo (meno democrazia attraverso la concentrazione del potere politico) al liberismo (meno spazi di democrazia attraverso la privatizzazione e lo svuotamento delle funzioni della politica).

Un esempio è offerto dal dibattito di questi giorni sull’abbassamento-innalzamento dell’età pensionabile. Di fronte alle lungaggini del processo decisionale collettivo ed agli allarmi del presidente dell’INPS, Tito Boeri, sulla sostenibilità dei conti, riemerge la tentazione di passare ad un sistema pensionistico completamente privato, in cui le persone affidano i propri contributi ad un gestore da cui poi riceveranno la pensione. In un articolo pubblicato su Linkiesta, ad esempio, si tessono le lodi della riforma introdotta da Pinochet in Cile. In un altro pubblicato proprio su Econopoly si è addirittura paragonato l’INPS a un enorme schema di Ponzi, ossia una catena di Sant’Antonio che deve il suo nome al truffatore italo-americano Charles Ponzi.

Vale la pena qui ricordare che il nostro sistema pensionistico è finanziato con i contributi dei lavoratori attivi: ossia i contributi dei lavoratori di oggi pagano le pensioni agli anziani di oggi e a loro volta le riceveranno dai lavoratori di domani. È un sistema cosiddetto a ripartizione in cui si garantisce l’equilibrio intergenerazionale intervenendo sulle aliquote contributive e sull’età pensionabile. È giusto discutere se il punto di equilibrio oggi sia di 65 o di 67 anni, così come dei benefici attesi per categorie sociali e lavorative che hanno una diversa speranza di vita. E discutere e negoziare è appunto quello che si sta facendo, niente di strano quando la gestione è democratica.

Quello che invece si propone con la privatizzazione è sostanzialmente il passaggio al cosiddetto modello cileno, un modello che pone grande fiducia nel mercato e che fu adottato nel 1981 in Cile proprio grazie ad una particolare convergenza di autoritarismo e liberismo. In questo sistema ciascun lavoratore versa i contributi ad un fondo privato e l’equilibrio intergenerazionale è automatico poiché ognuno riceve quanto capitalizzato nel suo fondo. E dunque non si dovrà assistere a lunghi e noiosi dibattiti sull’età pensionabile (che Pinochet probabilmente non avrebbe gradito).

Chiariamo subito che in entrambi i casi il sistema pensionistico trasferisce reddito dai lavoratori di oggi ai pensionati di oggi. Questa è comunque la sua funzione. I lavoratori oggi versano contributi in cambio di una promessa di pagamento in futuro. Nel sistema a ripartizione pubblico questa promessa di pagamento futuro (pensione) viene dallo stato, in quello a capitalizzazione privato la promessa di pagamento viene da gestori privati.

Dunque una differenza importante fra i due sistemi riguarda la ripartizione dei rischi. In un sistema pubblico a ripartizione esiste un patto fra le generazioni che verrebbe meno con un sistema a capitalizzazione privato. I rischi principali del nostro sistema pensionistico sono legati alla crescita demografica (troppo pochi lavoratori per finanziare troppi pensionati) o alla carenza di produttività (i lavoratori non producono abbastanza per poter sostenere sé stessi ed i pensionati). Ma, come la recente crisi finanziaria ha ancora una volta evidenziato, solo lo stato può fornire assicurazione di ultima istanza contro i grandi rischi (correlati anziché idiosincratici). Uno dei tanti buoni motivi per avere, oltre alle pensioni, anche un sistema sanitario pubblico.

I mercati finanziari in cui verrebbero investiti i contributi in un sistema privato non sono esenti da rischi, come ben sappiamo. Che succede se abbiamo improvvisamente un crollo in borsa e il vostro fondo si dimezza poco prima che andiate in pensione? Nel sistema a capitalizzazione privato sono fatti vostri. Tutti i rischi sono a carico di chi va in pensione.

Ovviamente lo stato può intervenire ad hoc per togliere le castagne dal fuoco ai gestori privati o “salvare” i pensionati, un po’ come fa oggi con le banche. Ma sarebbe questo sistema di salvataggi ad hoc più trasparente e più efficiente di un sistema pubblico che democraticamente decide sull’età pensionabile e sui rendimenti tenendo conto dei vincoli di bilancio? Ne dubito molto.

Esiste poi una differenza fra metodo di finanziamento (a ripartizione o a capitalizzazione) e metodo di calcolo della pensione (contributivo o retributivo): con il metodo contributivo la pensione è calcolata in base a quanto si è versato nel corso della vita lavorativa; con il metodo retributivo, la pensione è calcolata sulla base degli stipendi degli ultimi anni lavorativi. Nel nostro sistema pensionistico varie riforme hanno già introdotto da tempo il metodo di calcolo contributivo per cui le pensioni dipendono da quanto si versa. Queste riforme hanno anche in parte spostato alcuni rischi dai lavoratori ai pensionati.

Ho fin qui ignorato la più grande difficoltà a cui va incontro chi propone la privatizzazione. La transizione da un sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione lascerebbe una generazione “scoperta”.

Assumiamo che venga approvato il passaggio ad un sistema a capitalizzazione per cui i lavoratori da domani si scelgono un fondo pensione e cominciano a pagare lì i propri contributi anziché all’INPS. Se i lavoratori di oggi versano contributi che non possono essere usati per pagare le pensioni oggi (in quanto vanno capitalizzate), chi paga le pensioni ai pensionati di oggi?

Le possibili soluzioni sono:

1) c’è una generazione che paga doppio, ossia per la propria pensione a capitalizzazione e per pagare quella dei pensionati odierni;

2) ricorrendo alla fiscalità generale;

3) lasciamo morire di fame una generazione di pensionati.

Credo che solo l’opzione 2) sia realisticamente percorribile ma vi lascio allora immaginare le conseguenze devastanti sulla pressione fiscale e per i nostri conti pubblici. Probabilmente bisognerebbe finanziare la transizione almeno in parte con il debito pubblico e dunque, in assenza di sovranità monetaria, scaricare il costo sulle generazioni future (anche volendo ignorare altri vincoli). Peraltro non si tratterebbe di una transizione breve, per cui la fiscalizzazione delle pensioni dovrebbe proseguire per alcuni decenni.

Ciò che rende dura a morire la pessima idea di privatizzare le pensioni è la grande fiducia che alcuni ripongono nel funzionamento dei mercati finanziari. I guadagni rispetto al sistema pubblico deriverebbero in buona sostanza da una migliore allocazione dei risparmi, con più alti rendimenti che consentirebbero di andare in pensione prima e con più soldi. Dopo la crisi del 2008 direi che è quanto meno legittimo dubitarne, ma più che i miei dubbi contano i fatti.

È infatti sorprendente che il modello privatistico venga riproposto in Italia mentre sta attraversando una crisi profonda in Cile, dove crescono le proteste per gli esorbitanti costi di gestione estratti dagli operatori a danno dei contribuenti. Questi ultimi spesso si ritrovano a percepire pensioni che rappresentano meno di un terzo di quello che era il loro stipendio. Da notare che Pinochet si guardò bene dal privatizzare le pensioni dei militari, che infatti oggi godono di rendimenti molto migliori del cileno medio.

Un’ultima questione da tenere presente è che il sistema a ripartizione trasferisce risorse verso chi ha una bassa propensione al risparmio (gli anziani) e dunque può indurre minore risparmio e maggiore consumo. Con la privatizzazione quindi potrebbe aumentare il risparmio. Questo è un bene o un male? Nella teoria economica neoclassica il risparmio si traduce in investimenti (legge di Say) e pertanto in crescita economica. Nella teoria economica Keynesiana una riduzione dei consumi deprime la domanda aggregata con effetti negativi sul PIL.

Nella crisi che stiamo vivendo la seconda possibilità mi pare più rilevante.

Guardando al futuro e alla crescente robotizzazione dell’economia, la carenza di domanda aggregata potrebbe porsi come una delle questioni centrali per i sistemi economici a venire.

[Il Sole 24 Ore – Econopoly]

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