E se l’universitá gratuita la pagassero i laureati, con una “graduate tax”?

Sta facendo molto discutere in questi giorni la proposta avanzata dal leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso di abolire le tasse di iscrizione all’università. Si è fatto notare da più parti che all’università vanno soprattutto i figli di famiglie benestanti e che dunque abolire le tasse di iscrizione sarebbe un favore ai ricchi, una manovra regressiva. Il ministro Carlo Calenda, ad esempio, ha spiegato questo punto affermando che non è giusto che l’università di sua figlia venga pagata da un operaio senza figli.

Si tratta di una critica che ha un suo fondamento: l’accesso all’università dipende molto dalle condizioni di origine delle persone. Una persona proveniente da una famiglia con almeno un genitore laureato ha quasi il 70% di probabilità di arrivare alla laurea. Questa probabilità si riduce fino a meno del 10% se un genitore ha solo frequentato la scuola dell’obbligo. La popolazione degli studenti universitari dunque sovrarappresenta i pargoli di famiglie con reddito alto e sottorappresenta quelli di famiglie con reddito basso.

Le critiche alla Calenda, però, sembrano accettare lo status quo come un dato non modificabile. Bisogna invece anche e soprattutto chiedersi quali effetti la riduzione dei costi dell’università possa avere sulla composizione della popolazione universitaria, ossia se e quanto potrebbe facilitare l’accesso da famiglie meno abbienti. In questo post voglio comunque concentrarmi sulla questione distributiva: benché, lo ripeto, probabilmente non sia la più importante, è quella su cui si è finora maggiormente concentrata la discussione, con molte imprecisioni.

Va detto innanzitutto che la proposta è stata fin qui piuttosto generica e pertanto generiche sono state le critiche. Nel valutare gli effetti redistributivi di una variazione di spesa o di entrata bisogna chiedersi qual è il controfattuale ed in particolare come si finanziano le variazioni. Ad esempio, se l’abolizione delle tasse universitarie, assumendo che non vengano ridotte le risorse a disposizione delle università, fosse finanziata riducendo un’altra voce di spesa, l’effetto netto dipenderebbe dall’incidenza sulla popolazione non solo delle tasse universitarie ma anche della voce di spesa che si va a tagliare.

Se invece si finanziasse l’abolizione delle tasse universitarie con un corrispondente aumento del gettito IRPEF, allora dovremmo chiederci quali aliquote andrebbero aumentate e dunque chi paga. Vale la pena ricordare che la distribuzione del gettito IRPEF è complessivamente più progressiva di quella delle tasse universitarie e, dunque, abolire o ridurre le rette universitarie ricorrendo alla fiscalità generale potrebbe essere una manovra nel complesso progressiva. Ad ogni modo, solo in presenza di maggiore precisione, sia nelle proposte sia nelle critiche, si possono trarre conclusioni sulle implicazioni distributive.

Esiste in realtà un altro modo per finanziare l’abolizione delle tasse universitarie senza ricorrere alla fiscalità generale. Si chiama “graduate tax”, ossia una (piccola) sovrattassa sul reddito da lavoro dei laureati (ovviamente se occupati). In altri termini, il lavoratore laureato pagherebbe una piccola sovrattassa sul reddito che verrebbe automaticamente destinata alle università. Si potrebbe facilmente riscuoterla con l’IRPEF, come già si fa con l’8 per mille per le organizzazioni religiose o il 5 per mille per le associazioni e gli istituti di ricerca.

Si configurerebbe in questo modo un patto intergenerazionale in cui l’università è gratuita ma viene finanziata in parte dalla fiscalità generale (come già succede oggi) ed in parte da chi ha a sua volta beneficiato dell’istruzione universitaria. Il finanziamento attraverso la fiscalità generale coprirebbe l’esternalità generata dall’istruzione universitaria (ossia il beneficio per la collettività), la graduate tax il beneficio privato. Con una graduate tax, rispetto alla situazione attuale, si avrebbe un trasferimento netto verso quelle famiglie in cui genitori non laureati mandano i figli all’università. Perderebbero invece i laureati senza figli o i cui figli non vanno all’università. L’operaio senza figli non pagherebbe dunque l’università alla figlia di Calenda e si incentiverebbero le iscrizioni all’università con la gratuità ma evitando potenziali effetti regressivi.

Prendiamo ora per buona la cifra fornita da Pietro Grasso per cui servirebbero 1,6 miliardi per abolire le tasse universitarie. In Italia abbiamo circa 4,8 milioni di laureati occupati. La graduate tax media sarebbe dunque di circa 330 euro, ossia circa l’8 per mille del reddito da lavoro medio di un laureato (stimato in circa 41.000 euro lordi). Configurando la graduate tax come una percentuale (ad esempio 0,8%) del reddito da lavoro si fa in modo che redditi elevati diano un contributo proporzionalmente maggiore al sistema universitario. Un laureato con un reddito di 41000 euro pagherebbe 330 euro ma uno con un reddito di 100.000 euro ne pagherebbe 800 etc. Sarebbe poi opportuno esentare i redditi inferiori ad una certa soglia o comunque i primi 3-5 anni dopo la laurea. Infine, si può anche immaginare di poter offrire ai laureati-contribuenti la scelta di quale università finanziare con la propria graduate tax (presumibilmente, ma non necessariamente, l’alma mater). Si stabilirebbe così un legame diretto (benché obbligato) fra università e alumni, oggi di fatto assente nelle nostre università pubbliche.

Questi calcoli, semplici e approssimativi, escludono dalla platea dei contribuenti i pensionati. E tuttavia i pensionati laureati sono coloro che maggiormente hanno beneficiato di un’università all’epoca di fatto gratuita e di un mercato del lavoro favorevole. Non sarebbe dunque impensabile estendere la graduate tax ai pensionati laureati e con reddito oltre una certa soglia, riducendo l’aliquota corrispondente per i lavoratori, a parità di gettito, o aumentando invece le risorse messe a disposizione delle università.

Come tutte le policies, la graduate tax ha vantaggi e svantaggi, servirebbe una discussione più approfondita di quella che posso offrire in questo post. Di certo potrebbe generare risorse per l’università italiana attraverso un finanziamento trasparente e motivato. Contribuirebbe inoltre a ridurre il rapporto di dipendenza dalla famiglia, creando invece un legame diretto con l’istituzione universitaria, da cui si riceverebbe una istruzione gratuita da giovani, assumendosi un obbligo di pagamento nell’età lavorativa.

Econopoly, Il Sole24Ore, 10 gennaio 2018

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