L’alta marea della disuguaglianza

«L’alta marea solleva tutte le barche, grandi e piccole». Questa metafora, attribuita a John Kennedy, viene spesso usata per dire che quando l’economia va bene tutti stanno meglio, anche le persone con redditi bassi. E dunque ciò che conta è che l’economia cresca, non dobbiamo troppo preoccuparci di come la ricchezza venga distribuita nella società.

Forse anche a causa di questa convinzione, per molto tempo la distribuzione di reddito e ricchezza è rimasta un argomento di nicchia nella professione economica. Le ricette per la crescita elaborate nei migliori dipartimenti di economia si basavano anzi sull’idea del trickle down, ossia sull’ipotesi (solo di un’ipotesi si tratta) che l’arricchimento di pochi finisca con il creare benessere per tutti gli altri. E questo perché gli individui ad alto reddito, che in certa modellistica economica sono anche i più dotati di capacità produttiva, sono coloro che con il loro impegno, lavoro, iniziativa, rischio, investimento ecc. ecc. sono in grado di creare posti di lavoro e benessere per gli altri. E dunque nessuno si scandalizzi se il CEO di un’azienda percepisce remunerazioni centinaia o migliaia di volte superiori a quelle di un impiegato medio della stessa azienda. Un impiegato medio di Walmart guadagna circa 25.000 dollari all’anno, mentre il CEO di quell’azienda percepì nel 2012 oltre 23 milioni. Nel 2011 Tim Cook, CEO di Apple, ha ricevuto azioni per un valore di circa 378 milioni di dollari (a condizione di restare in Apple per altri 10 anni), oltre seimila volte il reddito di un impiegato medio di Apple. Ma niente di cui preoccuparsi: i bonus milionari, i fantastilioni di buonuscita e compagnia bella sarebbero giustificati dal fatto che detti managers, con la loro visione e capacità, creano lavoro e benessere per tutti: il rischio semmai, è che a non remunerarli abbastanza si finisce con l’avere managers incompetenti o poco motivati, con danni per le aziende e per l’economia tutta. Questa filosofia è stata riassunta in modo magistrale da lord Mandelson, l’eminenza grigia del New Labour britannico, tassello cruciale dietro il successo politico di Tony Blair, quando affermò di essere «intensely relaxed about people getting filthy rich», che potremmo tradurre con «completamente tranquillo sul fatto che ci sia chi si arricchisce come un maiale».

Uno dei meriti di Thomas Piketty, che presenterà la traduzione italiana del suo libro Il Capitale nel XXI Secolo l’8 ottobre alla Bocconi di Milano e il 9 ottobre alla Camera dei Deputati in un evento organizzato proprio da Re:Vision, è quello di aver dimostrato, raccogliendo e analizzando dati per diversi paesi che vanno indietro di due secoli, che i fatti non corrispondono alla metafora di Kennedy. Il periodo di maggiore crescita economica e diffusione del benessere in Occidente, la golden age che va dal dopoguerra agli anni ’70, ha coinciso con il punto di minimo delle diseguaglianze. Come sempre, nelle scienze sociali occorre cautela: l’evidenza di Piketty non prova che l’uguaglianza faccia bene alla crescita né il contrario, in quanto non disponiamo di un controfattuale. Ma dovrebbe indurci quanto meno a nutrire qualche dubbio su quelle teorie che suggeriscono che l’arricchimento di pochi e le disuguaglianze economiche siano al servizio del benessere di tutti.

Piketty è stato uno dei primi, con Tony Atkinson e Emmanuel Saez, ad attirare l’attenzione sulla disuguaglianza che andava accumulandosi all’estremo più alto della distribuzione del reddito. Molto prima del successo ottenuto presso il grande pubblico con Il Capitale nel XXI secolo, Piketty aveva mostrato come, a partire dagli anni ’70, il reddito si sia progressivamente concentrato nelle mani dell’uno per cento più ricco della popolazione. Non solo, in quell’1%, il reddito si andava concentrando in particolare nello 0.1% più ricco e così via. Nel 2012 il top 1% delle famiglie americane guadagnava il 22,5% del reddito totale, e il top 10% guadagnava complessivamente più del restante 90% della popolazione. Per avere una distribuzione del reddito così diseguale bisogna tornare indietro parecchio tempo, al 1928, guardacaso appena prima della grande depressione.

Attenzione però, Mandelson potrebbe ancora dirci che non dobbiamo preoccuparci della disuguaglianza: è vero che in pochi (molto pochi) si sono arricchiti in modo spudorato, ma vedrete che questo ha avuto le sue ricadute positive (trickle down) su tutti gli altri: in altri termini, saranno pure aumentate le distanze, ma tutti sono andati avanti. Ancora una volta, però, i dati ci raccontano un’altra storia: il salario reale medio americano non cresce quasi praticamente dagli anni ’70, mentre le remunerazione dei top managers si sono nel frattempo almeno decuplicate. Dunque niente trickle down, sorry.

È evidente che ci troviamo di fronte ad una questione che poco si presta a semplificazioni eccessive. Le ragioni della formidabile crescita della disuguaglianza degli ultimi anni sono molteplici e ancora non pienamente comprese. Lo stesso si può dire circa le politiche ottimali per fronteggiarla. Esiste però un discrimine importante, e particolarmente importante a sinistra: pensiamo che l’esplosione della disuguaglianza e la concentrazione di reddito e ricchezza in poche mani rappresentino un problema a cui cercare di porre rimedio oppure la pensiamo come Mandelson, ossia che si tratta di un tema di cui semplicemente non dovremmo interessarci? C’è tanta sinistra oggi in Italia che ancora fa fatica a parlare di disuguaglianza e che continua a tollerare (se non addirittura perseguire) l’arricchimento di pochi come strumento per il benessere collettivo. Rispetto a questa visione occorre innanzitutto una svolta culturale, che ponga i temi della disuguaglianza, della povertà e dell’emergenza sociale al centro del dibattito di politica economica. Leggere il libro di Piketty aiuta. Io qui ho fornito solo alcuni spunti sul lavoro di Piketty pre-Capitale. E a chi non abbia voglia di affrontare le oltre 700 pagine del Capitale nel XXI secolo, suggerisco di leggere (in inglese) l’ottima recensione di Branko Milanovic.

pubblicato il 7.10.2014 su re-vision.info

Già visto

18 Maggio 2014

L’Unità – Dati alla mano

“Per tutti gli anni ’20 i pubblicisti non avevano fatto che strombazzare il medesimo ritornello: la prosperità di quel decennio era merito della genialità degli uomini d’affari. Orbene, se l’uomo d’affari aveva prodotto la prosperità, chi, se non lui, doveva essere ritenuto responsabile della crisi? Con grande irritazione del mondo della finanza il presidente Hoover iniziò una caccia alle streghe. Deluso al vedere che le sue formule non sanavano l’economia, nella primavera del 1932 egli sollecitò un’inchiesta senatoriale su Wall Street, per dare una lezione agli speculatori che secondo lui avevano organizzato ‘colpi di mano’ sul mercato azionario. Capeggiata dallo scrupoloso e tenace  Ferdinand Pecora, la commissione d’inchiesta mandò in frantumi la tradizionale immagine del finanziere, che era sempre stato presentato come un individuo probo, preoccupato soprattutto dell’interesse dei suoi clienti, esponente di un’istituzione che poteva essere considerata un modello di onestà. Pecora rivelò che gli uomini più rispettati di Wall Street si erano collegati fra loro per rarefare l’offerta, avevano mantenuto artificialmente elevati i prezzi delle obbligazioni e si erano riempite le tasche di gratifiche iperboliche. La commissione scoprì che i principali istituti finanziari offrivano a una cerchia di intimi azioni ad un prezzo molto più basso di quello che veniva pagato dal pubblico. Quando alcuni funzionari della National City Bank di Charles Mitchell si erano trovati sull’orlo della rovina per aver fatto investimenti azzardati, la banca aveva concesso loro dei prestiti senza interesse, e ciò mentre gettava a mare senza pietà i propri clienti. (…)

Eppure, se in America venne meno ogni fiducia negli uomini d’affari, ciò non fu tanto per la loro disonestà professionale, quanto per la loro completa insensibilità sociale. In un momento in cui milioni d’individui rischiavano di morire d’inedia e tanta gente era costretta a razzolare tra i rifiuti per trovare un po’ di cibo, banchieri come Wiggin e capitani d’industria come George Washington Hill della American Tobacco percepivano gratifiche e stipendi astronomici. Come se non bastasse, molti di costoro, compreso Wiggin, manipolavano i loro investimenti in modo da non pagare alcuna imposta sul reddito. A Chicago, dove gli insegnanti, senza paga da mesi, svenivano nelle aule per denutrizione, facoltosi cittadini di fama nazionale si rifiutavano impudentemente di pagare le imposte o presentavano al fisco denunce false. A Detroit, la più duramente colpita fra tutte le grandi città, Henry Ford diede l’esempio agli altri uomini d’affari ricusando di addossarsi qualsiasi onere per l’assistenza ai disoccupati. In un discorso che tenne nell’ottobre 1930 alla National Association of Manufacturers (Assocazione Nazionale degli Industriali), di cui era presidente, John Edgerton affermò categoricamente che i disoccupati erano essi stessi i veri responsabili della loro miseria. (….) Quando Roosevelt prese la sua carica il paese era inferocito per il comportamento dei banchieri e degli industriali”

Da “Roosevelt e il New Deal” di William  E. Leuchtenburg, Laterza 1976, pp.18-20. Traduzione di Alberto Acquarone, edizione originale in inglese pubblicata nel 1963

Outsiders in fuga

Fa un po’ effetto leggere Alfredo Reichlin che parla di “nazione”. Con la consueta lucidita’ Reichlin scriveva il 22 novembre scorso su questo giornale: Stiamo attenti. La crisi sta intaccando il tessuto stesso della nazione, e io uso questa grande parola che è «nazione» perché è di questo che si tratta. Non solo dell’economia e nemmeno solo delle Istituzioni. Si tratta di un oscuramento delle ragioni dello stare insieme. Sono troppi, non solo tra i giovani, quelli che vogliono andare a vivere all’estero. È una crisi di fiducia, aggravata dalla latitanza delle élite e dalla pochezze delle classi dirigenti politiche.”

Sono d’accordo, eccetto per il fatto che non penso sia la crisi la causa di quanto sta accadendo, se per crisi si intende la grande recessione cominciata nel 2008. A mio parere la crisi economica sta fungendo da detonatore ad una bomba che esisteva da parecchio tempo, fatta di una torta che si stringe progressivamente, di privilegi intoccabili e di molte altre questioni mai risolte e mai nemmeno affrontate da un’elite politica ed economica troppo spesso chiusa ed autoreferenziale, nonche’ fondamentalmente scettica della capacita’ della gente comune di autogovernarsi e di autodeterminarsi.

Le persone che vanno a vivere all’estero sono sempre di piu’, come mostra chiaramente il grafico qui sotto che riporta il numero di iscritti all’ Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) a fine 2012 suddivisi per anno di iscrizione (fonte Ministero dell’Interno). Il numero complessivo di iscritti all’AIRE dal 2005 a oggi e’ cresciutio di quasi un milione e si avvicina ormai ai 4 milioni e mezzo. Si tenga conto che tanti ragazzi vanno all’estero e non si iscrivono all’AIRE, per cui la tabella sicuramente sottostima il dato reale, forse anche di molto. Ad ogni modo il grafico ci dice che il trend non e’ cresciuto dopo il 2008, bensi’ piu’ o meno a partire dalla fine degli anni novanta. E quelli che vogliono andare a vivere all’estero, cui si riferisce Reichlin, sono probabilmente molti di piu’. In realta’, con una scuola che poco e male insegna le lingue straniere, sono fortunati quelli che ci riescono.

 aire

Che ci sia gente che vuole andare a vivere all’estero e’ normale e anche sano al giorno d’oggi. Ma quello che sta succedendo ultimamente va ben oltre questa fisiologica mobilita’ e questo sano desiderio di scoperta. Sappiamo bene che chi va via spesso (non sempre, per fortuna) in Italia non trova lavoro o comunque non ha l’opportunita’ di costruirsi un’esistenza dignitosa. Ma si puo’ andare oltre: non di rado queste persone fanno ormai anche fatica a trovare un’identita’ “nazionale” in cui riconoscersi: vanno via ma si sentono gia’ fuori del paese, vanno via perche’ si sentono fuori piuttosto che il viceversa. In cio’ gioca un ruolo non marginale il massacro della nostra identita’ nazionale avvenuto negli ultimi venti anni, ma qui voglio parlare di altro. Ossia del fatto che alla radice di questo chiamarsi fuori c’e’ un conflitto vero, il conflitto fra insiders e outsiders, in economia come in politica. E’ una divisione che si fa sempre piu’ netta fra chi in questo paese ha le porte aperte e chi le trova sempre tutte chiuse, e certo la crisi, restringendo la torta, fa si’ che ogni zolla di terra venga difesa con le unghie e con i denti. Stiamo attenti: quando parlo di insider e outsider non intendo riferirmi nemmeno lontanamente alla contrapposizione fra padri e figli che ci viene continuamente propinata nel tentativo di mettere precari contro pensionati, call centers contro catene di montaggio, nuovi sfruttamenti contro vecchi sacrifici. Seppure cogliendo un elemento di realta’, la favola del conflitto generazionale ignora (o fa finta di ignorare) che esiste il diritto ereditario e che il conflitto vero morde altrove. Non fra l’operaio con contratto a tempo indeterminato e i suoi figli precari. Il conflitto piu’ grave nasce laddove l’operaio o l’impiegato si sono illusi che i loro figli potessero stare meglio di loro e invece stanno peggio, non perche’ non siano capaci, ma perche’ lo spazio si e’ ristretto e viene difeso a spada tratta dagli insiders, quelli veri, quelli che riescono a tramandarsi quasi tutto, comprese le professioni, i posti di lavoro piu’ appetibili, le clientele, i privilegi, il potere, persino i seggi in parlamento o nelle assemblee locali.

Mi ha dunque anche colpito che una delle questioni centrali del nostro tempo, quello della mobilita’ sociale, abbia avuto cosi’ scarso rilievo in tutte le mozioni congressuali presentate dai candidati alla Segreteria PD (ne ho parlato brevemente in questo post). Eppure siamo un paese in cui gli alti livelli di disuguaglianza e la bassa mobilita’ intergenerazionale dovrebbero essere in cima alla lista dei problemi da affrontare per chiunque si proclami democratico. Il destino di una persona da noi dipende dallo status economico e professionale dei suoi genitori piu’ che nella maggior parte dei paesi europei. Guardate il grafico qui sotto: che ci facciamo lassu’ insieme a USA e UK? Siamo diseguali e poco mobili quanto i paesi anglosassoni ma senza possedere neppure lontanamente il dinamismo di quelle economie.

 great gatsby curve

Il punto e’ che la matrice della nostra disuguaglianza ha poco a che vedere con il liberismo (con annesso classismo nella selezione scolastica) che caratterizza i paesi anglosassoni. Il grafico qui sotto parla chiaro: Italia, USA e UK sono molto vicini in termini di mobilita’ intergenerazionale (bassa) ma sono agli antipodi per quanto riguarda il rendimento economico dell’istruzione. Una laurea vale molto in USA e UK (in termini di differenziale di reddito che riesce a generare), vale anche abbastanza in paesi piu’ eguali del nostro, come Francia o Germania, ma vale pochino in Italia. Il nostro e’ dunque un paese con alta disuguaglianza, bassa mobilita’ intergenerazionale, e dove non ci e’ neppure concesso di migliorare la nostra condizione studiando.

 returns to education

In USA e UK l’istruzione di qualita’ rende molto sul mercato del lavoro ma quasi esclusivamente famiglie a reddito elevato possono accedervi. Da noi il problema e’ evidentemente diverso: ad un egualitarismo di facciata nell’accesso alla scuola (pur sempre importante, intendiamoci) corrisponde pero’ la quasi inutilita’ dei titoli di studio su un mercato del lavoro che si basa prevalentemente sul network, sul “chi conosci” invece di “cosa conosci” e che dunque ci ripropone e ci riproporra’ la separazione fra insiders e outsiders, fra chi ha un network di conoscenze che gli consente di accedere a rendite di posizione che remunerano ben oltre la produttivita’ del lavoro offerto e chi invece questo network non ce l’ha e vende il suo lavoro sul libero mercato, selvaggio e poco regolamentato come non mai (quando non addirittura in nero).

Niente di strano allora se chi si sente outsider vada via, portando con se’ quello che sa e impoverendo il paese piu’ di quanto riescano a percepire quelli che restano. E non dobbiamo nemmeno meravigliarci se in queste circostanze, estremizzate dalla crisi economica, possa venire meno il senso dello stare insieme come “nazione”. La conseguenza politica di tutto cio’ e’ che questi outsiders hanno votato massicciamente per Grillo alle ultime elezioni. Il punto adesso e’ un altro: cosa possiamo fare? E cosa ha da dire la sinistra a queste persone? Troppo poco finora, mi pare, speriamo qualcosa di piu’ in futuro.

[Dati alla mano, l’Unita’ 6.12.2013]

Sulla spesa pubblica e’ in gioco il modello sociale europeo

Da piú parti si invoca una riduzione della spesa pubblica e della tassazione come ricetta chiave per tornare a far crescere l’economia del nostro paese. Gli esempi sono fin troppo numerosi e non credo ci sia bisogno di citarli. Il punto di partenza delle argomentazioni anti-spesa é che la spesa pubblica italiana sarebbe fuori controllo e al di sopra di quanto viene speso in altri paesi. Di recente, in questo articolo pubblicato su Huffington Post, il viceministro Stefano Fassina ha mostrato come la spesa corrente primaria pro capite del nostro paese sia al di sotto di quella di Germania, Francia, Olanda e Regno Unito. Inoltre, negli ultimi tre anni, l’Italia ha contratto la spesa sia intermini reali che nominali, cosa che non é avvenuta nei paesi sopra citati (si veda il grafico tratto dal post di Fassina).

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In questo post sul blog Noisefromamerika, Sandro Brusco, prof di economia alla Stony Brook University di New York, sostiene che per confronti di questo tipo sarebbe piú appropriato usare il rapporto fra spesa complessiva e PIL perché, a differenza della spesa pro capite, 1) non dipende da variazioni del tasso di cambio, 2) non necessita di correzioni per tenere conto di differenze di potere d’acquisto, 3) tiene conto del fatto che paesi con un piú alto livello di PIL pro capite possono permettersi  di spendere di piú. Brusco inoltre sostiene che sarebbe meglio considerare la spesa complessiva anziché quella corrente primaria, dunque includendo la spesa per interessi e quella in conto capitale.

La spesa pubblica italiana nel panorama europeo

Ogni indicatore ha i suoi pregi e i suoi difetti. Non entro nel merito delle critiche di Brusco, che sono in buona parte fondate ma ignorano che, se si usa il rapporto spesa/PIL, un crollo del PIL come quello avvenuto negli ultimi anni puó generare la falsa impressione di una spesa che cresce rapidamente. Ad ogni modo, di sotto riporto una mappa dell’Europa (fonte Eurostat) in cui gli stati sono colorati in base al rapporto fra spesa pubblica complessiva (stavolta includendo anche la spesa per il servizio del debito) e PIL nell’anno 2012.

SPESA PUBBLICA COMPLESSIVA IN RAPPORTO AL PIL (2012)

mappa europa spesa

I colori piú scuri indicano spesa piú elevata (si veda la legenda). La mappa ci mostra che, anche usando il rapporto fra spesa complessiva e PIL (e anche includendo gli interessi sul debito, ricordando che l’Italia spende per interessi piú di tutti gli altri paesi europei), la spesa pubblica complessiva italiana non ha nulla di anomalo rispetto a quella dei nostri partner europei, quantomeno da un punto di vista meramente quantitativo. La tabella qui sotto fornisce indicazioni piú dettagliate:

SPESA PUBBLICA COMPLESSIVA IN RAPPORTO AL PIL (2012)

spesa pubblica 2012

Con un rapporto spesa/PIL pari al circa il 50%, l’Italia si colloca esattamente alla media dell’area euro e leggermente al di sopra della media EU. La nostra spesa complessiva in rapporto al PIL é inferiore a quella di paesi come la Francia o la Danimarca e circa 2 punti percentuali al di sopra della Spagna e del Regno Unito, mentre il divario con la Germania é piú netto. Se poi guardiamo in dettaglio alcune voci di spesa si capisce che il quadro generale delineato da Fassina usando la spesa pro capite non é troppo diverso da quello che viene fuori usando il rapporto spesa/PIL.

SPESA PUBBLICA IN ISTRUZIONE IN RAPPORTO AL PIL (2009)

education

L’Italia, con il suo 4.7% di spesa per istruzione in rapporto al PIL (dati Eurostat 2009), si colloca sotto quasi tutti i partner europei, ben sotto la media EU (5.4%), e a poco piú di metá dei valori registrati in Danimarca e Svezia. Il rapporto spesa sanitaria su PIL (7.4%) é uguale alla media EU e della zona euro. Il rapporto fra spesa per protezione sociale (che include le pensioni) e PIL (20.5) vede invece l’Italia fra i paesi che spendono di piú: la nostra spesa é piu’ alta della media EU (19.6) e della media della zona euro (20.2) ma resta al di sotto dei valori di Francia, Austria e dei soliti paesi scandinavi. La quota di PIL assorbita dalla nostra spesa pubblica sociale complessiva é grosso modo pari alla media EU e non molto diversa da quella di Germania e Regno Unito (ma abbastanza inferiore a quella francese e scandinava).

LA SPESA SOCIALE NEI MAGGIORI PAESI DELL’UNIONE EUROPEA

spesa sociale EU

Conclusione: la nostra spesa pubblica complessiva, da un punto di vista quantitativo, é sostanzialmente in linea con quella di altri paesi europei simili al nostro in termini di ricchezza prodotta. Si tratta peró di una spesa molto bassa per quanto riguarda l’istruzione, nella media per quanto riguarda la sanitá e sopra la media per le pensioni. Ad ogni modo, in nessun senso si puó dire che la nostra spesa pubblica sia un’anomalia nel panorama europeo. Questo é un fatto, un dato di realtá che andrebbe accettato come tale. Se si invoca la riduzione della spesa bisognerebbe dunque quantomeno evitare di partire dalla premessa di una presunta anomalia dell’Italia nel panorama internazionale. Bisognerebbe inoltre avere l’onestá di parlare di Europa e dire che quello che é in gioco é il modello sociale europeo nel suo complesso perché, e questo é fuori dubbio, in Europa si spende piú che altrove. La tabella riportata di sotto (fonte OCSE) mostra il rapporto spesa/PIL includendo alcuni paesi extra-europei: i paesi EU nell’anno 2009 hanno speso in media un 8% di PIL in piú degli USA e un 13% in piú del Giappone. Tutti i paesi europei spendono molto di piú del resto del mondo. La questione centrale degli anni a venire é dunque essenzialmente questa: i diritti e il livello di protezione sociale di cui godono i cittadini europei potranno essere estesi alle economie dei paesi emergenti o sará invece l’Europa a dover tornare sui suoi passi e smantellare un sistema di protezione sociale che oggi definisce piú di qualsiasi altra cosa un vero e proprio stile di vita europeo? Tutto ció ha poco a che fare con una presunta anomalia della spesa pubblica italiana.

RAPPORTO FRA SPESA PUBBLICA E PIL NEI PAESI OCSE

spesa pubblica paesi ocse

Qual’é il livello “giusto” di spesa pubblica?

Veniamo dunque alle implicazioni: dal fatto che la nostra spesa pubblica sia in linea con quella dei nostri partner europei possiamo dedurre che il nostro livello di spesa pubblica sia “giusto”? Evidentemente no. Semplicemente perche’ il “livello giusto” non esiste. E’ giusto ció che vogliono i cittadini: e qui, da un punto di vista teorico, si apre una autentica voragine (per gli addetti ai lavori cito solo il teorema d’impossibilitá di Arrow) perché sappiamo che i metodi di aggregazione delle preferenze sono molteplici e che a ciascun metodo, del tutto legittimo e democratico, possono corrispondere esiti (di spesa in questo caso) diversi. Questi esiti non possono essere ordinati facilmente dal punto di vista del benessere sociale perché quando cambia la spesa succede spesso che qualcuno ci guadagni e qualcun’altro ci perda: il concetto di “ottimo” in questi casi non é ovvio e fiumi di inchiostro sono stati versati in scritti scientifici sull’argomento. Questo non vuol dire che non si possa dire niente al riguardo ma bisogna farlo con cautela. Sandro Brusco nel suo blog riporta dati della Banca Mondiale che mostrano che i livelli di efficienza (percepita) della macchina statate in Italia sono piuttosto bassi rispetto ad altri paesi europei. Da ció Brusco sembra dedurre che il livello “socialmente ottimo” di spesa pubblica in Italia sia piú basso che altrove (e che dunque la nostra spesa al momento sia eccessiva). Si tratta, peró, di una conclusione per  niente ovvia: il livello ottimo di spesa pubblica, come si é detto, non é di non facile definizione e dipende comunque dalle preferenze dei cittadini. Se alcuni servizi pubblici essenziali sono giudicati irrinunciabili da buona parte dei cittadini e il loro costo di produzione (a causa di sprechi e inefficienze) é piú alto che altrove, allora potremmo addirittura dedurne il contrario: che il livello “socialmente ottimo” di spesa pubblica é piú alto dove la spesa é piú inefficiente. E’ dunque giusto aggredire senza indugio le numerose sacche di inefficienza del nostro settore pubblico ma non se ne puo’ fare automaticamente un argomento per tagliare la spesa. Argomenti di questo tipo hanno peraltro il vizio di prendere come dato il livello di efficienza del settore pubblico. Peter Lindert, prof di economia presso la University of California Davis, mostra nel suo bel libro Growing Public, come i paesi scandinavi abbiano un sistema di welfare e tassazione nel complesso piú efficiente di quello americano, forse (ma é solo un’ipotesi) come conseguenza del fatto che molte piú risorse passano attraverso il settore pubblico in quei paesi che negli USA, generando maggiore attenzione sia nei policy-makers che nella cittadinanza: qui si aggiunge una nuova dimensione rispetto all’argomento di Brusco, nel senso che maggiore spesa puó indurre maggiore efficienza nell’uso delle risorse, ovviamente se il meccanismo democratico funziona ed é sufficientemente in grado di responsabilizzare i policy-makers. In questo senso l’anomalia italiana consisterebbe in un deficit di democrazia, la conseguenza di scarsa accountability piú che di un eccesso di spesa.

Un settore pubblico piú efficiente é necessario per la sopravvivenza del modello sociale europeo

Per concludere, credo tutti possiamo essere d’accordo sul fatto che un settore pubblico piú efficiente sia condizione necessaria per tornare a crescere (tutti meno forse chi punta allo sfascio del pubblico per privilegiare le soluzioni privatistiche). Sulla questione dell’efficienza del pubblico é peró ora di avviare riforme concrete,  accettando ad esempio il metodo della valutazione dei risultati (come succede giá da tempo in Gran Bretagna) e la creazione di precisi meccanismi di condizionalitá, tali per cui le risorse pubbliche vengono affidate, ceteris paribus, a chi le usa meglio. E’ una sfida difficile, sia tecnicamente che politicamente, ma molto importante, soprattutto per per chi oggi ha a cuore il modello sociale europeo.

[Dati alla mano, l’Unita’ 3 Novembre 2013]

Le riformine non ci salveranno

L’OCSE ha reso noti oggi i risultati di una importante indagine sulle competenze dei cittadini adulti (fra 16 e 65 anni) di 24 paesi avanzati. Si tratta di una indagine simile a quella che conduce regolarmente sugli studenti (PISA), i cui risultati non lusinghieri per il nostro paesi sono ormai ben noti. E’ giusto forse sempre mantenere alta la guardia e non prendere questo tipo di valutazioni e comparazioni internazionali come oro colato. Si tratta però di un’indagine che ha coinvolto 166.000 persone, condotta con i metodi più rigorosi da gente molto seria, i cui risultati quindi costituiscono quanto di meglio abbiamo a disposizione per effettuare questo tipo di confronti. Mi pare oltretutto che i risultati siano inequivocabili per quanto riguarda l’Italia. Dei 24 paesi presi in considerazione, l’Italia è ultima quanto a competenze linguistiche, penultima in competenze matematiche. Michele Pellizzari, uno degli autori del lavoro, ne fa una sintesi molto efficace in questo articolo su lavoce.info, quindi non mi soffermo più di tanto sui risultati e rimando i lettori al suo articolo oppure direttamente al report, che si può scaricare gratuitamente da questo link. Vorrei invece soffermarmi brevemente sull’interpretazione di questi dati e sulle possibili implicazioni di politica economica. La conseguenza più ovvia, come sottolinea Pellizzari nel suo articolo, è che occorrerebbe investire di più nel nostro sistema educativo. Questo mi pare sacrosanto. Però i guai dell’Italia sono purtroppo ormai piuttosto seri e temo che investire in istruzione possa alla fine servire a ben poco se il nostro sistema produttivo non sarà in grado di assorbire le maggiori competenze. A che serve avere laureati brillanti e pieni di entusiasmo se poi se ne andranno a lavorare in America, in Inghilterra, in Germania e così via. Il cittadino paga le tasse, sussidia la formazione dei giovani migliori, i quali poi devono spesso fare fagotto ed andare altrove, e sempre di più lo faranno se le cose continuano ad andare così. Così facendo sussidiamo di fatto paesi più ricchi di noi. Dunque migliorare il nostro sistema formativo è condizione necessaria ma non sufficiente. Come mostra Enrico Moretti nel suo libro sugli Stati Uniti “The New Geography of Jobs”, il lavoro qualificato tende a spostarsi dove esiste già un’alta concentrazione di lavoro qualificato. E questo sta portando l’America verso una “great divergence”.  Città come Boston e San Francisco attirano continuamente capitale umano elevatissimo, in grado di generare innovazione e reddito, che si traducono in una maggiore domanda di servizi che alla fine genera occupazione anche nei settori meno qualificati. Nel frattempo altre città come Detroit restano ancorate a produzioni più tradizionali, non attirano o addirittura perdono capitale umano, il che danneggia anche i lavoratori meno qualificati. Le stime di Moretti dicono che per ogni assunto high tech nella Silicon Valley, attraverso un effetto moltiplicatore, si possono generare fino a 5 posti di lavoro nel settore servizi, sia di professionisti, come medici e avvocati, che in settori che richiedono manodopera meno qualificata (taxi, ristoranti etc). E’ ben possibile che in questo processo l’Italia si trovi in questo momento dal lato sbagliato, ossia siamo molto più Detroit che Boston: in media produciamo in settori tradizionali con basso contenuto tecnologico e bassa domanda di capitale umano, il che induce perdita di capitale umano, che riduce a sua volta la domanda di lavoro nel settore dei servizi (ma anche nella manifattura se non si innova), con perdite di posti di lavoro e di remunerazione anche per i lavoratori meno qualificati. Alla fine cresce solo la domanda di badanti, finchè le pensioni basteranno. Occorre allora un big push, una rottura di questo circolo vizioso che non può avvenire con riformicchie di piccolo cabotaggio, peraltro costrette nei limiti di una finanza pubblica a pezzi: un piccolo sconto fiscale di qua, qualche spicciolo in più per l’università di là, un sussidietto a chi assume giovani (o a chi li avrebbe assunti comunque) e così via. Tutto bene, tutto fa brodo, forse. Ma non farebbe male essere un po’ più ambiziosi. Dovremmo porci seriamente il problema di come attirare (o riportare) in questo paese forza lavoro altamente qualificata, di come creare un ambiente più accogliente per chi vuole darsi da fare, per chi ha idee nuove, diverse, strane. Nessuno ha la bacchetta magica, certo, ma non si possono risolvere i problemi se non li si vede nemmeno. Uno degli ostacoli principali che dovremo fronteggiare sarà la scarsa percezione del bivio che abbiamo di fronte.

[Dati alla mano, L’Unita’, 8/8/2013]

Perche’ e’ cresciuto il debito pubblico?

Il debito pubblico ha raggiunto il 127% del prodotto interno lordo (PIL). Il rapporto fra debito e PIL e’ un indicatore della sostenibilita’ del debito, ossia della capacita’ dello stato di ripagare i suoi creditori in futuro. Consideriamo il caso di una famiglia che si reca in banca per chiedere un mutuo: piu’ alto (e meno a rischio) e’ il reddito familiare e piu’ alto e’ il mutuo che una banca e’ disposta a finanziare. Per lo Stato possiamo applicare considerazioni analoghe e dire che le finanze pubbliche sono piu’ solide quando il debito e’ minore in rapporto al reddito complessivo che viene generato dal paese (PIL).

La relazione annuale della Banca d’Italia contiene una tabella che mostra l’evoluzione dei principali aggregati di finanza pubblica dal 2003 al 2012. Nel 2007 il nostro rapporto debito/PIL era di poco superiore al 103%. A partire dal 2009 la spesa in rapporto al PIL sale notevolmente e supera il 50%, mentre il rapporto fra entrate e PIL si mantiene pressoche’ stabile e cresce solo nel 2012, quando si cominciano a vedere i primi frutti degli inasprimenti del governo Monti. Nel giro di cinque anni si passa dunque ad un rapporto debito/PIL del 127%.

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Dunque la spesa e’ salita? Forse il debito e’ cresciuto a causa di risposte Keynesiane alla crisi economica in corso? La risposta a entrambe le domande e’ evidentemente no: l’Italia e’, assieme al Regno Unito, il paese che piu’ rigidamente ha affrontato la crisi con politiche di consolidamento fiscale (la famosa austerita’). Guardare solo i valori in rapporto al PIL e’ utile se si vuole parlare di sostenibilita’ ma puo’ essere fuorviante se invece cerchiamo di capire cosa e’ realmente successo. Nel grafico successivo ho riportato l’andamento di entrate e uscite in miliardi di euro anziche’ in rapporto al PIL. Le variabili sono espresse a valori costanti 2003, ossia depurandole dall’inflazione.

entrate-uscite PA

E’ evidente che, dall’inizio della crisi, la spesa complessiva e’ scesa mentre la crescita del deficit (e di conseguenza del debito) e’ da attribuire interamente al crollo delle entrate. Anche nel 2012, e nonostante la cura del governo Monti, le entrate sono al di sotto del picco raggiunto nel 2007. Se il rapporto fra entrate e PIL si mantiene stabile e’ solo perche’ il PIL crolla nello stesso periodo. Peraltro la stabilita’ del rapporto fra entrate e PIL durante la recessione suggerisce che il calo delle entrate e’ pressocche’ interamente dovuto al calo della base imponibile. Quello che succede e’, in altri termini, che l’inasprimento fiscale si applica ad una base imponibile sempre piu’ piccola, una considerazione che sarebbe bene tenere a mente anche per quanto riguarda il possibile aumento dell’IVA, per ora solo rimandato. Analogamente e’ chiaro anche che non c’e’ stato alcun incremento di spesa e che la crescita della spesa in rapporto al PIL e’ unicamente dovuta al crollo di quest’ultimo. Si dice dunque che l’Italia abbia un problema di eccesso di spesa pubblica? Possibile, ma in tal caso non sarebbe un problema recente. Pur senza negare che molti sprechi delle pubbliche amministrazioni andrebbero evitati e che un ripensamento complessivo dal lato delle spese sarebbe molto utile (si veda al riguardo questo articolo di Giuseppe Pisauro su LaVoce.info), i nostri piu’ recenti problemi di finanza pubblica hanno con grande probabilita’ una origine differente: una crisi economica profonda che si trascina da cinque anni e a cui hanno fatto seguito risposte di politica economica che hanno tenuto in poco conto il restringimento della base imponibile. Possiamo poi continuare a dibattere se la soluzione vada cercata attraverso una politica fiscale piu’ espansiva o usando riforme di altro genere. La causa della crescita del debito degli ultimi anni in ogni caso non e’ la spesa pubblica.

[Dati alla mano, l’Unita’ 02.07.2013]

L’Europa ha bisogno di nuove istituzioni, non di vecchie ricette

Qualche giorno fa la Commissione Europea ha raccomandato al Consiglio di sospendere la procedura di infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia e di altri quattro paesi, riconoscendo i progressi compiuti e giudicandoli in qualche modo acquisiti. Bisogna dare atto al governo Monti di essere stato, con il supporto delle principali forze politiche del paese, il maggiore artefice di questo risultato. La Commissione ha nel contempo raccomandato una serie di riforme per il periodo 2013-14 di cui le principali possono essere cosi’ riassunte: 1) mantenere il disavanzo sotto il 3% del PIL; 2) aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione, in particolare per quanto riguarda la giustizia civile e la lotta alla corruzione; 3) promuovere lo sviluppo dei mercati del credito e migliorare la governance del sistema bancario; 4) riforme del mercato del lavoro e della formazione: allineare meglio i salari alla produttivita’, promuovere la partecipazione al mercato del lavoro, rinforzare l’istruzione professionale; 5) ridurre la tassazione su redditi da lavoro e capitali, aumentandola su consumi, inquinamento e proprieta’ immobiliari (leggi: niente abolizione dell’IMU); 6) aumentare la concorrenza nelle professioni, nella fornitura di servizi pubblici locali, nei trasporti, migliorando nel contempo le infrastrutture (inclusa la banda larga).

Si tratta di un pacchetto di riforme strutturali sufficientemente vago da risultare nel complesso condivisibile. Il diavolo e’ nei dettagli e, in questo caso, la vera questione non e’ se gli obiettivi siano condivisibili o no ma piuttosto come si intende raggiungerli. Si tratta peraltro di questioni di cui si parla da almeno 15 o 20 anni ma su cui si e’ fatto molto poco. Che sia la volta buona? Ne dubito molto.

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la crisi europea ha origini di natura piu’ istituzionale che economica, nel senso che la crisi economica dipende in buona parte da quella istituzionale. Mancano istituzioni in grado di coordinare la politica economica europea e di generare risposte efficaci alla crisi in corso, che non finira’ presto. Non si tratta di una questione semplice perche’, ad un interesse comune a proseguire nel processo di integrazione, corrispondono legittimi interessi nazionali, talvolta divergenti. Bisognerebbe riconoscere che l’aver creato l’unione monetaria senza un adeguato sostegno istituzionale e’ stato un errore. E questo errore e’ dipeso da una fiducia eccessiva nella disciplina che l’Euro avrebbe imposto ai paesi che lo adottavano.

La teoria economica degli ultimi decenni ha sottolineato con forza, e spesso a ragione, che per raggiungere risultati socialmente ottimali occorre fornire agli individui gli incentivi giusti. Nel caso dell’Euro ci si e’ illusi che, rimossa la possibilita’ di svalutare le monete nazionali e imponendo vincoli alla finanza pubblica, i paesi membri avviassero una serie di riforme strutturali che li mettesse al passo con i paesi piu’ competitivi dell’Unione. Con l’Euro saremmo diventati tutti tedeschi! Sono passati quasi 15 anni ed e’ successo di tutto, tranne le suddette riforme.

Il problema e’ che gli incentivi che l’Euro pone al sistema-paese sono importanti ma le realta’ istituzionali e culturali sono piu’ complesse di quanto la teoria economica riesca oggi a darsi conto. Il risultato e’ che le riforme si sono finora concentrate contro i piu’ deboli, essenzialmente in un’unica direzione: svalutare il lavoro, rendendolo piu’ precario, meno garantito e meno pagato, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Una interpretazione benigna delle politiche di austerita’, che hanno poco senso dal punto di vista macroeconomico, e’ che esse possano rappresentare la frusta per spronare i paesi meno competitivi sulla via delle riforme strutturali. C’e’ una logica in tutto questo che, se spinta troppo, diventa un’illusione pericolosa: non siamo e non possiamo essere tutti tedeschi, e comunque ci vorra’ molto tempo prima che le differenze di efficienza dei sistemi-paese possano ridursi. Occorrono dunque istituzioni che siano in grado di governare questa fase delicata, mantenendo in piedi gli incentivi (evitando cioe’ di creare aree dell’unione cronicamente dipendenti da trasferimenti federali) ma anche garantendo allo stesso tempo che i benefici dell’unione non si concentrino in pochi paesi, come sta di fatto succedendo.

I vecchi ricettari, dunque, servono a ben poco. Occorrerebbe invece mettere mano urgentemente alle istituzioni europee in direzione di una maggiore integrazione: questa e’ la riforma istituzionale di cui abbiamo veramente bisogno. Manca esattamente un anno alle elezioni europee del 2014: e’ tempo di elaborare proposte e di dare a queste elezioni, nei limiti del possibile, un carattere costituente.

[Dati alla mano, L’Unita’ 10.06.2013]