Ma l’invito all’astensione viola la segretezza del voto

Se una forza politica organizzata invita a non andare a votare, viola di fatto il diritto alla segretezza del voto. Perché si mette nella condizione di poter verificare chi sono i suoi avversari. Più grave ancora l’astensione proposta da chi ha responsabilità di governo. Le regole sui referendum.

Perché il voto deve rimanere segreto

Scriveva Ugo Ojetti sul Corriere della Sera del 6 novembre 1913: “Ai contadini e agli operai che hanno incontrato isolati hanno intimato di non andare a votare. A chi hanno potuto, ad esempio al calzolaio Ciccolella di Tommaso, hanno lacerato il certificato sulla faccia. (…) Così per un’ora quasi nessuno osa più presentarsi davanti alla temuta sezione. Poi gli elettori tornano ostinati, silenziosi, guardandosi attorno (…). Questa loro tranquilla ostinazione a esercitare per la prima volta il loro diritto di voto è commovente. Si sente che essi credono al potere magico della scheda sovrana. Ma ormai le guardie hanno fatto un cerchio davanti a quella porta e di là presso il delegato è un tale F.B., farmacista, che indica al delegato chi può passare, e il delegato gentilmente chiama tra la folla i favoriti, li fa magari chiamare dalle guardie. E quelli passano…”.
I fatti descritti accaddero nel distretto elettorale di Molfetta il 26 ottobre 1913, nel corso delle prime elezioni con diritto di voto esteso agli analfabeti (che costituivano all’epoca i due terzi della popolazione italiana). Ojetti si riferisce alle scorribande dei mazzieri al servizio dei candidati giolittiani, che a volte operavano addirittura protetti dalle forze dell’ordine. Eventi simili si verificarono in molti distretti, soprattutto meridionali. Si tratta di metodi che verranno poi perfezionati e diffusi dieci anni dopo dal partito fascista. Il breve estratto ci mostra una cosa importante: la segretezza del voto, che era già all’epoca sufficientemente garantita, impediva il controllo diretto delle scelte degli elettori. I mazzieri dunque usavano un altro strumento: intimavano ai presunti oppositori di non andare a votare.
Benché per fortuna le cose siano cambiate da allora, anche oggi, a cento anni di distanza, il voto nell’urna è segreto, ma se vai o no a votare non lo è. Dunque il voto non è facilmente controllabile, ma l’astensione sì. Ha fatto molto discutere l’invito a non andare a votare al referendum no-triv da parte del nostro presidente del Consiglio e del partito da lui guidato. Ciò ha di fatto trasformato il referendum in una consultazione pro o contro il governo. Non è peraltro la prima volta che un capo di governo invita all’astensione (famoso fu l’invito di Bettino Craxi ad “andare al mare” nel referendum sulle preferenze), con l’inevitabile strascico di polemiche sull’opportunità o l’immoralità di uscite del genere da parte di un capo di governo o di alti rappresentanti delle istituzioni. Di questo si è già parlato molto. La questione che pongo qui è invece di carattere pratico, non morale. Nel gioco democratico, i partiti politici non devono essere in grado di verificare se le loro indicazioni di voto siano state rispettate o no. Altrimenti si arriva al voto di scambio (o alla pura e semplice intimidazione). Fu il motivo principale per cui furono abolite le preferenze, dato che potevano generare un numero di combinazioni sufficienti a rendere identificabile il voto.
Da questo punto di vista, l’invito a non andare a votare da parte di qualsiasi forza politica organizzata viola di fatto il diritto alla segretezza del voto dei cittadini. Chi invita al non-voto si mette nella condizione di poter verificare chi sono i suoi avversari. Ciò è particolarmente grave se l’invito viene da una forza politica che ha responsabilità di governo (sia nazionale sia nelle molte amministrazioni locali) e che quindi potrà utilizzare l’informazione sul voto per distribuire risorse e favori. Intendiamoci: un cittadino ha ovviamente diritto ad astenersi, visto che votare non è obbligatorio e non sono previste sanzioni per il non-voto. In discussione non è il diritto individuale all’astensione, ma se una organizzazione politica possa legittimamente invitare i cittadini a non andare a votare.

Il caso del referendum no-triv

E veniamo al caso specifico del referendum no-triv. Se il fronte del “no” sceglie l’astensione, di fatto si sta dicendo che chi si recherà alle urne voterà “sì” con altissima probabilità (in questo caso l’85 per cento). E andando a votare un cittadino dichiara pubblicamente di non allinearsi con l’invito del capo del governo e del suo partito politico. Questa informazione permetterà a chi amministra di distribuire punizioni e premi.
Nel caso specifico del referendum no-triv, si determina anche la possibilità che l’informazione possa essere utilizzata da quelle imprese direttamente coinvolte dal quesito referendario, che potranno discriminare i lavoratori presenti o quelli da assumere.
Sia chiaro che non sto dicendo che il governo, le amministrazioni locali o le imprese faranno effettivamente uso di queste informazioni. È probabile che questa volta controllare il voto non fosse nelle intenzioni di chi ha predicato l’astensione. Ma il problema è un altro e rimane a prescindere dalle intenzioni o dalla rilevanza della consultazione: se il voto non è segreto, non è un voto libero. La segretezza del voto è una caratteristica centrale di un sistema democratico e occorre fare in modo che sia garantita anche se comporta una limitazione delle strategie a disposizione dei partiti politici.
Del resto se, legittimamente, una forza politica non vuole esprimersi su un quesito referendario, può farlo raccomandando di votare scheda bianca, rispettando in questo modo il diritto dei cittadini a mantenere segrete le loro scelte. Ma sappiamo tutti che la ragione dell’invito a non votare è in realtà puramente strumentale, ossia inglobare nel “no” quelli che si sarebbero astenuti comunque. Sarebbe dunque utile innanzitutto eliminare l’incentivo a perseguire questa strategia.
Per molto tempo abbiamo forse avuto troppe consultazioni referendarie, anche su questioni che mal si prestano a essere risolte con un “sì” o un “no”. Come già fatto notare su questo sito, sarebbe probabilmente opportuno rendere più stringenti le condizioni per poter indire un referendum (ad esempio aumentando il numero di firme richiesto) e nel contempo diminuire o abolire del tutto il quorum. Si eviterebbe così di buttare soldi e si stimolerebbe la discussione pubblica sui temi più importanti, visto che tutte le parti in campo avrebbero un interesse a informare e mobilitare l’elettorato invece che a sopprimere il dibattito.

lavoce.info 29.04.2016

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Ma per i Conservatori non è stato un trionfo

Il voto popolare nel Regno Unito non ha premiato il governo Cameron. I conservatori ottengono la maggioranza per il crollo dei liberal-democratici, i laburisti perdono per il prevalere del nazionalismo scozzese. Un sistema non più bipolare e le richieste di una legge elettorale più proporzionale.

Chi ha vinto e chi ha perso

Se una vittoria inattesa è un trionfo, allora quello di David Cameron alle ultime elezioni nel Regno Unito è stato effettivamente un trionfo, come titolavano buona parte dei quotidiani, anche in Italia. Uno sguardo più attento ai risultati, invece, mostra che il dato politico più rilevante ha ben poco a che fare con la performance del partito conservatore, che vede crescere il voto popolare solo dello 0,7 per cento.
In un sistema maggioritario e bipolare, quale era il Regno Unito fino a qualche tempo fa, ciò che determina vittoria e sconfitta sono i voti che transitano da un partito all’altro, gli swing voters, quelli che cambiano partito da un’elezione all’altra o anche, per dirla in termini geometrici, il centro dello spazio politico. In un sistema uninominale first-past-the-post con due partiti bastano pochi voti a far scattare molti cambi di seggio.
In definitiva, quanti seggi sono passati dai laburisti ai conservatori in queste elezioni? La risposta è otto, meno di quanti ne siano passati dai conservatori ai laburisti (nove). E il voto popolare? I conservatori sono cresciuti dello 0,7 per cento, i laburisti dell’1,5 per cento, insieme hanno adesso il 67 per cento dei voti: difficilmente possiamo chiamarlo un sistema bipolare.
Ma allora cos’è successo? I fatti rilevanti dal punto di vista elettorale sono altri e non riguardano i conservatori e i laburisti: il boom dello Scottish National Party, i veri vincitori di queste elezioni, e il crollo dei liberal-democratici, che ha superato qualsiasi aspettativa.
Lo Scottish National Party ha aumentato la sua rappresentanza a Londra da 6 a 56 seggi. Quaranta seggi li ha strappati ai laburisti, dieci ai lib-dem. Dall’avanzata dei Braveheart del XXI secolo i conservatori sono stati risparmiari per un semplice motivo: sono già da tempo un partito pressoché inesistente in Scozia, che invece rappresentava una roccaforte laburista. L’appello lanciato da Tony Blair e dai blairiani del partito laburista per un ritorno al centro dello spazio politico avrebbe dunque senso in un contesto bipolare maggioritario. Ha invece poco fondamento se si pensa che, in buona parte, le politiche proposte dallo Scottish National Party sono più a sinistra di quelle del partito laburista e che la sconfitta più netta dei laburisti è avvenuta proprio in Scozia.
L’altro dato rilevante è il crollo dei lib-dem, che hanno concesso 27 seggi ai conservatori, 12 ai laburisti e 10 ai nazionalisti scozzesi, passando da 57 a 8 seggi. I conservatori, in altri termini, hanno cannibalizzato i loro alleati di governo. La coalizione di governo, che poteva contare su 363 seggi, ne avrebbe oggi 339: non si può dire che sia stata premiata dagli elettori. I seggi guadagnati dai conservatori sono quasi interamente da attribuire al crollo lib-dem. Bravi dunque gli strateghi del partito conservatore nel loro targeting dei seggi marginali, ma non si può certo dire si tratti di un trionfo.

Il problema costituzionale

Ciò che invece queste elezioni hanno messo in luce molto chiaramente è un problema costituzionale che ha probabilmente avuto un impatto negativo sul voto laburista.
Un parlamento senza una maggioranza chiara avrebbe favorito i laburisti che, a differenza dei conservatori, potevano contare sull’appoggio (interno o esterno a una coalizione di governo) di vari altri partiti, incluso lo Snp. Questo avrebbe di fatto reso il governo di Londra ostaggio dei nazionalisti scozzesi e dunque, dopo la devolution di poteri a Edimburgo, i parlamentari dello Scottish National Party sarebbero stati decisivi nel passare oppure no provvedimenti che non riguardano affatto la Scozia.
Esistono aree di intervento pubblico che sono state devolute ai parlamenti nazionali su cui Westminster non ha più voce in capitolo, ma l’Inghilterra non ha un parlamento nazionale ed è interamente soggetta al parlamento del Regno Unito, dove ora acquistano un peso crescente i nazionalisti scozzesi. Emerge dunque con forza la questione inglese, tenuta a bada finora da partiti che riuscivano a rappresentare tutta l’Unione e che ora non ci sono più.
È probabile che il timore di un’Inghilterra ostaggio dei nazionalisti scozzesi possa avere indotto un certo numero di elettori inglesi a votare per i conservatori. Ciò oggi determina una netta spaccatura del Regno Unito in tre parti: la Scozia allo Snp, l’Inghilterra non urbana ai conservatori, le città inglesi ai Laburisti. Questa immagine notturna dell’Inghilterra mostra una quasi perfetta sovrapposizione fra distretti vinti dai laburisti e aree urbane (le più illuminate di notte).

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In assenza di bipolarismo il sistema first-past-the-post dà esiti arbitrari e a volte imprevedibili. Si pensi che Ukip, con il suo 12,6 per centoe quasi quattro milioni di voti porta a casa un solo seggio, mentre lo Snp ne ha ottenuti 56 con il 4,7 per cento.

lavoce.info 12 maggio 2015

Elezioni in Gran Bretagna: riflessioni su frammentazione politica e sistemi maggioritari

Smentito dal voto britannico il previsto testa a testa conservatori-laburisti. Cameron esce dal confronto con la maggioranza. Ma il bipartitismo storico rimane azzoppato. Alla massiccia rappresentanza dei nazionalisti scozzesi, si affiancano i deboli liberaldemocratici.

Le elezioni di Giovedì 7 nel Regno Unito sembravano alla vigilia le più incerte nella lunga storia della democrazia britannica: nessun partito sembrava avere i numeri in Parlamento per governare da solo. Questo è successo solo due volte nel dopoguerra, una volta negli anni Settanta, quando i laburisti formarono un governo di minoranza con il supporto dei liberali, un’altra nel 2010, il Parlamento uscente. Il fatto che questo potesse succedere in due elezioni consecutive (2010 e 2015) avrebbe rappresentato un segnale profondo della frammentazione politica nel Regno Unito così come in molti altri paesi. Gli ultimi sondaggi ci consegnavano questo scenario:

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Questo scenario è stato smentito dal voto di giovedì 7 maggio. Cameron esce dal confronto con la maggioranza. Ma il bipartitismo storico risulta azzoppato. Alla massiccia rappresentanza parlamentare dei nazionalisti scozzesi, si affiancano comunque i liberaldemocratici, bastonati dagli elettori ma significativamente presenti e probabilmente utili al prossimo governo per rafforzare la maggioranza di misura dei conservatori.

La legge di Duverger

Nel Regno Unito i parlamentari vengono eletti con sistema uninominale a turno unico “first-past-the-post”: chi ottiene più voti vince il seggio. Si tratta del metodo con il quale veniva eletto il 75 per cento dei parlamentari in Italia con il sistema elettorale che fu denominato mattarellum. È un sistema che stabilisce un forte legame fra il parlamentare e i suoi elettori in quanto ogni collegio è rappresentato da un solo parlamentare. Storicamente, inoltre, ha di solito dato la maggioranza assoluta dei seggi a un singolo partito, a volte anche con percentuali di voto popolare inferiori al 40 per cento.
La governabilità nei sistemi maggioritari, e senza ricorrere a premi di maggioranza, è resa possibile dalla cosiddetta “legge di Duverger”, secondo la quale il maggioritario produce naturalmente un sistema bipolare, per la logica del voto utile. Ossia gli elettori in un sistema first-past-the-post tendono a privilegiare uno dei due partiti maggiori, quelli che realisticamente hanno una possibilità di guadagnare il seggio. Per parecchi decenni quello britannico è stato un sistema a “due partiti e mezzo”, in cui i laburisti e i conservatori si contendono di fatto il governo e i lib-dem hanno il ruolo di terza forza. Alcuni altri partiti riescono a essere rappresentati in Parlamento grazie alla concentrazione territoriale dei voti in alcune aree del paese (ad esempio lo Scottish national party). Il partito liberal-democratico, più diffuso sul territorio come i due principali, rimane sistematicamente sottorappresentato ma riesce a eleggere un manipolo di parlamentari grazie al fatto di essere storicamente dominante in alcune aree (ad esempio il Sud Ovest).
Le elezioni del 2010 hanno consegnato un hung Parliament, un Parlamento in cui nessuno partito aveva la maggioranza assoluta dei seggi. Ciò ha dato origine a una coalizione tra conservatori e liberal-democratici.  L’alleanza è stata siglata entro pochi giorni dalle elezioni e si è basata su un programma condiviso dai due partiti. Per il lib-dem, i cui elettori in maggioranza avrebbero preferito un’alleanza con il Partito laburista, si è trattata di una scelta politicamente costosa: da una percentuale record del 23 per cento nel 2010, le elezioni del del 7 maggio hanno attribuito loro meno di dieci seggi: un crollo. Anche per questo motivo (i mal di pancia nei lib-dem) in pochi scommettevano che la coalizione sarebbe durata, e invece è durata  cinque anni e credo non molti si siano accorti della differenza con un governo monocolore.

Le differenze tra sistemi elettorali…

Può essere utile chiedersi dov’è la differenza con il nostro paese, dove invece le maggioranze (sempre di coalizione) sono sempre rissose ed instabili. La versione prevalente è che questo dipende dalla legge elettorale, e l’ennesima riforma approvata in settimana dal Parlamento va in quella direzione. Eppure di leggi elettorali ne abbiamo cambiate tante, probabilmente come nessun altro paese democratico, e la rissosità e l’instabilità sono rimaste. Più interessante forse è guardare alla diversa funzione dei partiti nei due paesi. Nel Regno Unito i partiti politici sono organizzazioni stabili, che esistono da qualche secolo sempre con gli stessi nomi, ben identificabili dagli elettori e con processi abbastanza chiari di selezione del personale politico (anche grazie ai collegi uninominali). In Italia, perlomeno dall’avvento della seconda repubblica, queste organizzazioni sono state man mano rimpiazzate da fazioni a carattere personale, estremamente fluide e di breve durata. Le fazioni in gioco sono non solo sempre pronte a far valere il proprio potere contrattuale (come succede in ogni coalizione), ma anche molto instabili, malleabili e costantemente aperte a nuove alleanze. È la vecchia pratica del trasformismo che rende i parlamenti italiani degli ultimi anni più simili a quelli del Regno d’Italia di epoca liberale (un’epoca in buona parte pre-partitica) che a quelli della cosiddetta prima repubblica. In un contesto di questo tipo ci sarà sempre qualche fazione pronta a far saltare il tavolo: usare la legge elettorale per favorire l’aggregazione in liste o pseudo-partiti non risolve il problema. In breve, la stabilità della coalizione di governo britannica è probabilmente da attribuirsi più alla stabilità dei partiti che la componevano che alla legge elettorale.

…sempre meno visibili

Per queste elezioni ci si aspettava ancora un hung-Parliament. Nonostante la maggioranza per i Conservatori la legge di Duverger convince sempre meno: sempre più elettori scelgono di votare per partiti minori anche se questi voti non si tradurranno in seggi. Il punto a cui si è arrivati oggi non è più un’eccezione: se guardiamo alle elezioni prima del 2010, possiamo notare un declino storico nella percentuale combinata di voti laburisti e conservatori (la linea continua nella figura), da oltre il 90 per cento del dopoguerra a circa il 70 per cento del 2005, percentuale poi scesa al 65 per cento nel 2010. La linea tratteggiata rappresenta invece la percentuale di distretti in cui i laburisti e conservatori rappresentano i due partiti maggiori: questa percentuale, che nel dopoguerra era di quasi il 100 per cento è oggi poco più del 50. Il sistema politico britannico si sta progressivamente non si è drammaticamente frammentato ma l’equilibrio bipartitico di un tempo rimane un ricordo.

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lavoce.info 8 maggio 2015

L’importante è partecipare

Nel commentare il drammatico aumento dell’astensionismo alle elezioni regionali di domenica scorsa il nostro presidente del consiglio lo ha definito un “problema secondario”. Si sbaglia. Il segnale che arriva dalle urne è molto preoccupante e dovrebbe indurre qualche riflessione in più in chi, oltre alla mera gestione del potere, sia interessato anche alla qualità della vita democratica del nostro paese.

Partiamo dai dati. Queste elezioni segnano una netta discontinuità con il passato, pure nel contesto di un trend decrescente di partecipazione che dura da molti anni. In Emilia Romagna, su quasi tre milioni e mezzo di aventi diritto, hanno votato poco più di un milione e trecentomila, il 37,7%. Alle prime elezioni regionali del 1970 votò il 96,6%. Da allora il calo è stato costante, né ci si poteva aspettare altrimenti visto il punto di partenza molto elevato. Si era tuttavia ancora ben al disopra del 90% nel 1990 e quasi all’80% nel 2000. Nel 2010 si arrivò al 68%, ma è evidente che le elezioni del 2014 segnano una discontinuità in negativo, con i votanti quasi dimezzati rispetto a quattro anni fa. Il Partito Democratico, pur vincendo, ha ottenuto 535 mila voti rispetto agli 858 mila di quattro anni fa. In Calabria hanno votato in circa 800 mila, su quasi un milione e 900mila aventi diritto, ossia il 42%. Qui si è sempre votato meno che in Emilia Romagna e comunque alle prime regionali del 1970 si raggiunse quasi l’82%. Nel 2010 votò il 59,2%, oltre un milione e centomila elettori: si sono persi dunque oltre 300mila voti. Evito ogni confronto con le più recenti elezioni Europee, perché si tratta di elezioni molto diverse e difficilmente comparabili.

Nel complesso i governatori entranti sono stati votati da un’esigua minoranza degli aventi diritto: il 17,3% in Emilia Romagna, il 25,8% in Calabria. Dobbiamo preoccuparcene? Se la democrazia consiste unicamente in una procedura, ossia nella mera applicazione di alcune regole, allora possiamo stare tranquilli: le regole sono state rispettate e chi si appresta a governare lo farà in ogni caso con piena legittimaità. Le cose non vanno però così bene se vogliamo che attraverso quelle regole si intenda rispondere alle esigenze di una platea quanto più ampia possibile di cittadini, cercando cioè di ricomporre attraverso la politica i conflitti sociali, incanalandoli su esiti che rappresentino una sintesi di esigenze e interessi diversi piuttosto che il dominio di alcuni interessi su altri. Se pensiamo che la democrazia abbia, fra le sue molte funzioni, anche quella di rappresentare i diversi interessi in modo equilibrato, non possiamo insomma considerare la bassa affluenza alle urne un problema secondario.

Lo chiarisce molto bene in uno scritto del 1905 Gaetano Salvemini, uno dei padri della nostra democrazia e fra i primi a battersi per il suffragio universale fra lo scetticismo di molti dirigenti socialisti di inizio secolo:

Nella concorrenza politica prevalgono volta per volta quei partiti, le cui idee e la cui azione meglio soddisfacciano i bisogni di quelle classi o di quei gruppi, che per un motivo qualunque (violenza materiale, ricchezza, cultura, coscienza della propria posizione e dei propri diritti, ecc., ecc.) si trovino in un dato periodo ad avere la preponderanza sociale. Un regime di suffragio ristretto assicura la prevalenza a quei soli partiti, la cui azione risponde alla psicologia e ai bisogni di quella sola parte della popolazione, che ha il monopolio del voto, anche se le manchino i motivi di prevalenza naturale; mentre il suffragio universale apre il campo alla concorrenza di tutti gl’interessi e di tutti i partiti. Escludendo dal diritto elettorale una parte della popolazione, si dispensano i partiti politici dall’occuparsi in via normale dei bisogni degli esclusi.

Salvemini chiedeva l’estensione del suffragio agli analfabeti. Oggi per fortuna si tratta di una questione superata. E tuttavia la presenza di un astensionismo senza precedenti rende nuovamente attuali, in termini diversi, le parole di Salvemini.

Partiamo da un fatto ben noto: regole formali che garantiscono il diritto di voto non significa che tutti votino con la stessa probabilità. Decenni di ricerche su molti paesi, incluso il nostro, mostrano chiaramente che ad una partecipazione aggregata bassa corrisponde invariabilmente una partecipazione socialmente distorta, in cui ad astenersi sono prevalentemente alcune categorie di elettori. La partecipazione al voto cresce con il reddito, con il grado di istruzione, con l’età. E dunque quando la partecipazione è bassa a votare meno sono le persone a reddito più basso, i disoccupati, le persone meno istruite, i più giovani: si tratta in altri termini di persone che si collocano prevalentemente nella parte bassa della distribuzione del reddito e che sono peraltro più vulnerabili alle conseguenze della grave crisi economica in corso. Portando le parole di Salvemini nel XXI secolo, se costoro non votano che interesse avranno i politici a rappresentare i loro interessi? La politica avrà invece sempre di più un incentivo a lasciar perdere gli astenuti e a concentrarsi sui segmenti alti della distribuzione del reddito, coloro che non solo votano con una probabilità più alta ma che sanno anche farsi sentire attraverso le lobby, le connessioni familiari, o più direttamente attraverso il denaro di cui i politici hanno sempre più bisogno per guadagnare voti durante le campagne elettorali o per creare consenso sulle cause che intendono promuovere.

Ne è una riprova la correlazione ben documentata e robusta fra spesa sociale e partecipazione elettorale: paesi con più alta partecipazione elettorale hanno, ceteris paribus, un maggiore rapporto fra spesa sociale e PIL e dunque dedicano una parte maggiore delle risorse disponibili a servizi che vengono fruiti prevalentemente da persone a reddito medio e basso. È difficile dire fino a che punto questa correlazione rifletta un rapporto di causalità come quello illustrato nella frase di Salvemini. E tuttavia l’ipotesi che a spingere la spesa sociale sia la partecipazione elettorale delle persone a reddito medio-basso ha finora dimostrato di avere buone fondamenta sia teoriche che empiriche.

Per non lasciare la gestione della cosa pubblica nelle mani di pochi gruppi dominanti e delle lobby (possiamo usare l’espressione “poteri forti” senza essere accusati di complottismo?) la partecipazione politica è dunque di fondamentale importanza. Non che la partecipazione si esaurisca con il voto: l’indifferenziata sfiducia nella politica come strumento di soluzione dei problemi e l’emoraggia di iscritti ai partiti meriterebbero anch’esse un po’ di attenzione da chi intenda governare democraticamente questo paese.

articolo pubblicato su re-vision.info il 28.11.2014

Democrazia è partecipazione

Nelle due regioni dove si è votato domenica, l’affluenza alle urne è stata molto bassa, in particolare in Emilia Romagna. Certo, chi ha vinto è legittimato a governare. Ma l’astensionismo deve preoccupare. Anche perché esiste una correlazione fra partecipazione elettorale e spesa sociale.

IL CALO DEI VOTANTI IN EMILIA ROMAGNA…

Il calo della partecipazione al voto alle elezioni regionali del 23 novembre ha proporzioni drammatiche.
Le regioni hanno responsabilità importanti con profonde ricadute sulla vita dei cittadini, particolarmente nella sfera della sanità. Non si tratta dunque di entità irrilevanti o troppo distanti dai cittadini (argomento che viene spesso usato per spiegare la bassa affluenza alle Europee). Ciononostante l’affluenza alle urne nelle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria è scesa ben al di sotto del 50 per cento ed è in netto calo rispetto alle elezioni precedenti, che pure avevano fatto registrare un record negativo. Schermata 2014-11-24 alle 19.04.57

In Emilia Romagna, su quasi tre milioni e mezzo di aventi diritto, hanno votato poco più di un milione e trecentomila, il 37,7 per cento. Alle prime elezioni regionali del 1970 votò il 96,6 per cento. Da allora il calo è stato costante, né ci si poteva aspettare altrimenti visto il punto di partenza molto elevato. Si era tuttavia ancora ben al disopra del 90 per cento nel 1990 e quasi all’80 per cento nel 2000. Nel 2010 si arrivò fino al 68 per cento, ma è evidente che le elezioni del 2014 segnano una netta discontinuità in negativo, con i votanti quasi dimezzati rispetto a quattro anni fa. Il partito che ha vinto le elezioni, il Partito democratico, ha ottenuto 535mila voti, oltre 320mila voti in meno rispetto al 2010.

…E IN CALABRIA

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In Calabria hanno votato in circa 800mila, su quasi un milione e 900mila aventi diritto, ossia il 42 per cento. Il calo rispetto all’Emilia Romagna è meno drammatico (nel 2010 la partecipazione fu di quasi il 60 per cento), ma comunque vistoso: hanno votato più di 300mila elettori in meno rispetto a un’elezione (2010) che costituiva fino a ieri il minimo storico. In questo caso, però, il Pd ha aumentato i suoi voti, da 162mila a 185mila.
È facile minimizzare l’importanza di questi dati: le regole della democrazia sono chiare, chi ha vinto ha vinto e su questo non si può discutere. E per un politico la cosa più importante è vincere le elezioni, non importa se quasi due cittadini su tre abbiano deciso di non votare. Ma se si ha a cuore la qualità della democrazia oltre alla gestione del potere, mi pare difficile si possa ignorare che il governatore entrante dell’Emilia Romagna, che ha ottenuto complessivamente poco meno di 600mila voti, governerà con il consenso di solo il 17 per cento degli aventi diritto.

PARTECIPAZIONE E SCELTE POLITICHE

La partecipazione, peraltro, può avere effetti importanti sulle politiche che verranno attuate.
Decenni di ricerche mostrano chiaramente che partecipazione bassa significa anche partecipazione distorta: quando la partecipazione è bassa, a votare meno sono i più poveri (ma in questo caso anche le classi medie), i meno istruiti, i giovani, ossia le persone più vulnerabili soprattutto in un contesto di grave crisi economica come l’attuale. Se costoro non votano, che convenienza avranno i politici a rappresentare i loro interessi? La politica avrà sempre di più un incentivo a lasciar perdere gli astenuti e a concentrarsi sui segmenti alti della distribuzione del reddito, coloro che non solo votano con una probabilità più alta, ma che sanno anche farsi sentire attraverso le lobby, le connessioni familiari, o più direttamente attraverso il denaro che i politici usano per creare consenso durante le campagne elettorali.
La correlazione fra partecipazione elettorale e spesa sociale, a livello internazionale, è molto ben documentata.
Il grafico qui sotto si riferisce a paesi Ocse e mostra come quelli con una partecipazione elettorale (turnout) mediamente più elevata abbiano un rapporto fra spesa sociale e Pil più alto. Si tratta di una correlazione, qui appena visibile, che sopravvive molto bene (e anzi si rafforza) se sottoposta ad analisi statistiche decisamente più sofisticate del nostro semplice grafico. La correlazione positiva vale peraltro anche se si estende il campione per includervi tutti i paesi con qualche credenziale democratica. Pur con tutti i caveat (difficile dire da un’analisi cross-country se e in che misura la correlazione colga un rapporto causale), l’ipotesi che a spingere la spesa sociale sia la partecipazione elettorale delle persone a reddito medio-basso ha buone fondamenta sia teoriche che empiriche.
Difficile quindi essere d’accordo con chi, come il presidente del Consiglio, definisce l’affluenza un “problema secondario”. Secondario può esserlo per politici “office-seeking”, per cui ciò che conta è soprattutto o unicamente la poltrona. Per i cittadini italiani, e soprattutto per le classi medie, si tratta di un pessimo segnale.

Grafico 1 – Partecipazione elettorale e spesa sociale nei paesi Ocse

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articolo pubblicato su lavoce.info il 25.11.2014

L’alta marea della disuguaglianza

«L’alta marea solleva tutte le barche, grandi e piccole». Questa metafora, attribuita a John Kennedy, viene spesso usata per dire che quando l’economia va bene tutti stanno meglio, anche le persone con redditi bassi. E dunque ciò che conta è che l’economia cresca, non dobbiamo troppo preoccuparci di come la ricchezza venga distribuita nella società.

Forse anche a causa di questa convinzione, per molto tempo la distribuzione di reddito e ricchezza è rimasta un argomento di nicchia nella professione economica. Le ricette per la crescita elaborate nei migliori dipartimenti di economia si basavano anzi sull’idea del trickle down, ossia sull’ipotesi (solo di un’ipotesi si tratta) che l’arricchimento di pochi finisca con il creare benessere per tutti gli altri. E questo perché gli individui ad alto reddito, che in certa modellistica economica sono anche i più dotati di capacità produttiva, sono coloro che con il loro impegno, lavoro, iniziativa, rischio, investimento ecc. ecc. sono in grado di creare posti di lavoro e benessere per gli altri. E dunque nessuno si scandalizzi se il CEO di un’azienda percepisce remunerazioni centinaia o migliaia di volte superiori a quelle di un impiegato medio della stessa azienda. Un impiegato medio di Walmart guadagna circa 25.000 dollari all’anno, mentre il CEO di quell’azienda percepì nel 2012 oltre 23 milioni. Nel 2011 Tim Cook, CEO di Apple, ha ricevuto azioni per un valore di circa 378 milioni di dollari (a condizione di restare in Apple per altri 10 anni), oltre seimila volte il reddito di un impiegato medio di Apple. Ma niente di cui preoccuparsi: i bonus milionari, i fantastilioni di buonuscita e compagnia bella sarebbero giustificati dal fatto che detti managers, con la loro visione e capacità, creano lavoro e benessere per tutti: il rischio semmai, è che a non remunerarli abbastanza si finisce con l’avere managers incompetenti o poco motivati, con danni per le aziende e per l’economia tutta. Questa filosofia è stata riassunta in modo magistrale da lord Mandelson, l’eminenza grigia del New Labour britannico, tassello cruciale dietro il successo politico di Tony Blair, quando affermò di essere «intensely relaxed about people getting filthy rich», che potremmo tradurre con «completamente tranquillo sul fatto che ci sia chi si arricchisce come un maiale».

Uno dei meriti di Thomas Piketty, che presenterà la traduzione italiana del suo libro Il Capitale nel XXI Secolo l’8 ottobre alla Bocconi di Milano e il 9 ottobre alla Camera dei Deputati in un evento organizzato proprio da Re:Vision, è quello di aver dimostrato, raccogliendo e analizzando dati per diversi paesi che vanno indietro di due secoli, che i fatti non corrispondono alla metafora di Kennedy. Il periodo di maggiore crescita economica e diffusione del benessere in Occidente, la golden age che va dal dopoguerra agli anni ’70, ha coinciso con il punto di minimo delle diseguaglianze. Come sempre, nelle scienze sociali occorre cautela: l’evidenza di Piketty non prova che l’uguaglianza faccia bene alla crescita né il contrario, in quanto non disponiamo di un controfattuale. Ma dovrebbe indurci quanto meno a nutrire qualche dubbio su quelle teorie che suggeriscono che l’arricchimento di pochi e le disuguaglianze economiche siano al servizio del benessere di tutti.

Piketty è stato uno dei primi, con Tony Atkinson e Emmanuel Saez, ad attirare l’attenzione sulla disuguaglianza che andava accumulandosi all’estremo più alto della distribuzione del reddito. Molto prima del successo ottenuto presso il grande pubblico con Il Capitale nel XXI secolo, Piketty aveva mostrato come, a partire dagli anni ’70, il reddito si sia progressivamente concentrato nelle mani dell’uno per cento più ricco della popolazione. Non solo, in quell’1%, il reddito si andava concentrando in particolare nello 0.1% più ricco e così via. Nel 2012 il top 1% delle famiglie americane guadagnava il 22,5% del reddito totale, e il top 10% guadagnava complessivamente più del restante 90% della popolazione. Per avere una distribuzione del reddito così diseguale bisogna tornare indietro parecchio tempo, al 1928, guardacaso appena prima della grande depressione.

Attenzione però, Mandelson potrebbe ancora dirci che non dobbiamo preoccuparci della disuguaglianza: è vero che in pochi (molto pochi) si sono arricchiti in modo spudorato, ma vedrete che questo ha avuto le sue ricadute positive (trickle down) su tutti gli altri: in altri termini, saranno pure aumentate le distanze, ma tutti sono andati avanti. Ancora una volta, però, i dati ci raccontano un’altra storia: il salario reale medio americano non cresce quasi praticamente dagli anni ’70, mentre le remunerazione dei top managers si sono nel frattempo almeno decuplicate. Dunque niente trickle down, sorry.

È evidente che ci troviamo di fronte ad una questione che poco si presta a semplificazioni eccessive. Le ragioni della formidabile crescita della disuguaglianza degli ultimi anni sono molteplici e ancora non pienamente comprese. Lo stesso si può dire circa le politiche ottimali per fronteggiarla. Esiste però un discrimine importante, e particolarmente importante a sinistra: pensiamo che l’esplosione della disuguaglianza e la concentrazione di reddito e ricchezza in poche mani rappresentino un problema a cui cercare di porre rimedio oppure la pensiamo come Mandelson, ossia che si tratta di un tema di cui semplicemente non dovremmo interessarci? C’è tanta sinistra oggi in Italia che ancora fa fatica a parlare di disuguaglianza e che continua a tollerare (se non addirittura perseguire) l’arricchimento di pochi come strumento per il benessere collettivo. Rispetto a questa visione occorre innanzitutto una svolta culturale, che ponga i temi della disuguaglianza, della povertà e dell’emergenza sociale al centro del dibattito di politica economica. Leggere il libro di Piketty aiuta. Io qui ho fornito solo alcuni spunti sul lavoro di Piketty pre-Capitale. E a chi non abbia voglia di affrontare le oltre 700 pagine del Capitale nel XXI secolo, suggerisco di leggere (in inglese) l’ottima recensione di Branko Milanovic.

pubblicato il 7.10.2014 su re-vision.info

Già visto

18 Maggio 2014

L’Unità – Dati alla mano

“Per tutti gli anni ’20 i pubblicisti non avevano fatto che strombazzare il medesimo ritornello: la prosperità di quel decennio era merito della genialità degli uomini d’affari. Orbene, se l’uomo d’affari aveva prodotto la prosperità, chi, se non lui, doveva essere ritenuto responsabile della crisi? Con grande irritazione del mondo della finanza il presidente Hoover iniziò una caccia alle streghe. Deluso al vedere che le sue formule non sanavano l’economia, nella primavera del 1932 egli sollecitò un’inchiesta senatoriale su Wall Street, per dare una lezione agli speculatori che secondo lui avevano organizzato ‘colpi di mano’ sul mercato azionario. Capeggiata dallo scrupoloso e tenace  Ferdinand Pecora, la commissione d’inchiesta mandò in frantumi la tradizionale immagine del finanziere, che era sempre stato presentato come un individuo probo, preoccupato soprattutto dell’interesse dei suoi clienti, esponente di un’istituzione che poteva essere considerata un modello di onestà. Pecora rivelò che gli uomini più rispettati di Wall Street si erano collegati fra loro per rarefare l’offerta, avevano mantenuto artificialmente elevati i prezzi delle obbligazioni e si erano riempite le tasche di gratifiche iperboliche. La commissione scoprì che i principali istituti finanziari offrivano a una cerchia di intimi azioni ad un prezzo molto più basso di quello che veniva pagato dal pubblico. Quando alcuni funzionari della National City Bank di Charles Mitchell si erano trovati sull’orlo della rovina per aver fatto investimenti azzardati, la banca aveva concesso loro dei prestiti senza interesse, e ciò mentre gettava a mare senza pietà i propri clienti. (…)

Eppure, se in America venne meno ogni fiducia negli uomini d’affari, ciò non fu tanto per la loro disonestà professionale, quanto per la loro completa insensibilità sociale. In un momento in cui milioni d’individui rischiavano di morire d’inedia e tanta gente era costretta a razzolare tra i rifiuti per trovare un po’ di cibo, banchieri come Wiggin e capitani d’industria come George Washington Hill della American Tobacco percepivano gratifiche e stipendi astronomici. Come se non bastasse, molti di costoro, compreso Wiggin, manipolavano i loro investimenti in modo da non pagare alcuna imposta sul reddito. A Chicago, dove gli insegnanti, senza paga da mesi, svenivano nelle aule per denutrizione, facoltosi cittadini di fama nazionale si rifiutavano impudentemente di pagare le imposte o presentavano al fisco denunce false. A Detroit, la più duramente colpita fra tutte le grandi città, Henry Ford diede l’esempio agli altri uomini d’affari ricusando di addossarsi qualsiasi onere per l’assistenza ai disoccupati. In un discorso che tenne nell’ottobre 1930 alla National Association of Manufacturers (Assocazione Nazionale degli Industriali), di cui era presidente, John Edgerton affermò categoricamente che i disoccupati erano essi stessi i veri responsabili della loro miseria. (….) Quando Roosevelt prese la sua carica il paese era inferocito per il comportamento dei banchieri e degli industriali”

Da “Roosevelt e il New Deal” di William  E. Leuchtenburg, Laterza 1976, pp.18-20. Traduzione di Alberto Acquarone, edizione originale in inglese pubblicata nel 1963