Perche’ e’ cresciuto il debito pubblico?

Il debito pubblico ha raggiunto il 127% del prodotto interno lordo (PIL). Il rapporto fra debito e PIL e’ un indicatore della sostenibilita’ del debito, ossia della capacita’ dello stato di ripagare i suoi creditori in futuro. Consideriamo il caso di una famiglia che si reca in banca per chiedere un mutuo: piu’ alto (e meno a rischio) e’ il reddito familiare e piu’ alto e’ il mutuo che una banca e’ disposta a finanziare. Per lo Stato possiamo applicare considerazioni analoghe e dire che le finanze pubbliche sono piu’ solide quando il debito e’ minore in rapporto al reddito complessivo che viene generato dal paese (PIL).

La relazione annuale della Banca d’Italia contiene una tabella che mostra l’evoluzione dei principali aggregati di finanza pubblica dal 2003 al 2012. Nel 2007 il nostro rapporto debito/PIL era di poco superiore al 103%. A partire dal 2009 la spesa in rapporto al PIL sale notevolmente e supera il 50%, mentre il rapporto fra entrate e PIL si mantiene pressoche’ stabile e cresce solo nel 2012, quando si cominciano a vedere i primi frutti degli inasprimenti del governo Monti. Nel giro di cinque anni si passa dunque ad un rapporto debito/PIL del 127%.

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Dunque la spesa e’ salita? Forse il debito e’ cresciuto a causa di risposte Keynesiane alla crisi economica in corso? La risposta a entrambe le domande e’ evidentemente no: l’Italia e’, assieme al Regno Unito, il paese che piu’ rigidamente ha affrontato la crisi con politiche di consolidamento fiscale (la famosa austerita’). Guardare solo i valori in rapporto al PIL e’ utile se si vuole parlare di sostenibilita’ ma puo’ essere fuorviante se invece cerchiamo di capire cosa e’ realmente successo. Nel grafico successivo ho riportato l’andamento di entrate e uscite in miliardi di euro anziche’ in rapporto al PIL. Le variabili sono espresse a valori costanti 2003, ossia depurandole dall’inflazione.

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E’ evidente che, dall’inizio della crisi, la spesa complessiva e’ scesa mentre la crescita del deficit (e di conseguenza del debito) e’ da attribuire interamente al crollo delle entrate. Anche nel 2012, e nonostante la cura del governo Monti, le entrate sono al di sotto del picco raggiunto nel 2007. Se il rapporto fra entrate e PIL si mantiene stabile e’ solo perche’ il PIL crolla nello stesso periodo. Peraltro la stabilita’ del rapporto fra entrate e PIL durante la recessione suggerisce che il calo delle entrate e’ pressocche’ interamente dovuto al calo della base imponibile. Quello che succede e’, in altri termini, che l’inasprimento fiscale si applica ad una base imponibile sempre piu’ piccola, una considerazione che sarebbe bene tenere a mente anche per quanto riguarda il possibile aumento dell’IVA, per ora solo rimandato. Analogamente e’ chiaro anche che non c’e’ stato alcun incremento di spesa e che la crescita della spesa in rapporto al PIL e’ unicamente dovuta al crollo di quest’ultimo. Si dice dunque che l’Italia abbia un problema di eccesso di spesa pubblica? Possibile, ma in tal caso non sarebbe un problema recente. Pur senza negare che molti sprechi delle pubbliche amministrazioni andrebbero evitati e che un ripensamento complessivo dal lato delle spese sarebbe molto utile (si veda al riguardo questo articolo di Giuseppe Pisauro su LaVoce.info), i nostri piu’ recenti problemi di finanza pubblica hanno con grande probabilita’ una origine differente: una crisi economica profonda che si trascina da cinque anni e a cui hanno fatto seguito risposte di politica economica che hanno tenuto in poco conto il restringimento della base imponibile. Possiamo poi continuare a dibattere se la soluzione vada cercata attraverso una politica fiscale piu’ espansiva o usando riforme di altro genere. La causa della crescita del debito degli ultimi anni in ogni caso non e’ la spesa pubblica.

[Dati alla mano, l’Unita’ 02.07.2013]

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Dubitare dei numeri magici

 

Chi l’avrebbe mai detto che un errore su un foglio Excel avrebbe fatto il giro del mondo sulle prime pagine dei principali quotidiani? Teorie, confutazioni e relativi errori degli economisti vengono di solito consumati in austeri seminari ed eventi accademici che raramente attirano l’attenzione del resto del mondo. Del caso di cui sto parlando si sa invece piu’o meno tutto. Partiamo dall’inizio: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff (d’ora in avanti RR), due autorevoli professori di Harvard pubblicano nel 2010 un influente studio in cui, utilizzando nuovi dati che vanno molto indietro nel tempo, mostrano che debito pubblico e crescita del prodotto interno lordo (PIL) sono correlati negativamente. Cosa significa? Per l’Italia, ad esempio, considerando ben 130 anni dal 1880 al 2009, abbiamo che la crescita reale del PIL e’ mediamente intorno al 5% quando il rapporto debito/PIL si mantiene sotto il 60%, ma scende all’1.9% quando il rapporto e’ fra il 60 e il 90% e si riduce ad un mero 0.7% quando il debito supera il 90% del PIL. Utilizzando dati storici per 44 paesi, RR pervengono ad un “numero magico”: 90. Quando il rapporto debito/PIl raggiunge il 90% quella che era una semplice discesa nel tasso di crescita del PIL diventa improvvisamente un precipizio: la crescita scende in media del 4% quando si oltrepassa tale soglia. RR hanno cosi’ fornito un argomento formidabile ai sostenitori dell’austerita’: politiche keynesiane di espansione della spesa sono associate con alti deficit e debito crescente, dunque non solo non funzionano ma sono anzi dannose se portano il debito pubblico ad avvicinarsi o a superare il terribile precipizio del 90%. Questa conclusione arriva peraltro in un momento in cui l’economia americana ha proprio un rapporto debito/PIL che sfiora il 90% (cosi’ come altri paesi occidentali quali la Francia e il Regno Unito): dunque un modo efficacissimo di dire che non ci sono margini per politiche fiscali di segno espansivo.
Quando un dottorando dell’universita’ di Ahmerst ha provato a replicare le stime di RR, ci si e’ accorti per la prima volta dell’esistenza di un banale errore sul foglio Excel, nonche’ di una serie di scelte metodologiche quanto meno discutibili e comunque mai totalmente esplicitate fino a quel momento. L’errore (speriamo involontario) e le scelte metodologiche (volontarie) degli autori erano in realta’ cio’ che generava il “precipizio”, altrimenti inesistente. Dunque la correlazione negativa resta ma non c’e’ nessuna soglia fatidica del 90% a farci precipitare nel baratro. Il dibattito pubblico che ne segue decreta la fine di uno dei pilastri intellettuali dell’austerita’, se non altro per la superficialita’ con cui si erano fatti i conti.
In realta’ quello che abbiamo appurato nelle ultime settimane sul lavoro di RR ha una rilevanza, nel complesso, piuttosto marginale. Il problema principale dello studio di RR rimane quello di non avere mai provato (ne’ mai voluto provare, per la verita’) che il debito fosse la causa della bassa crescita, avendo in realta’ solo mostrato che fra le due variabili esiste una correlazione negativa. La differenza fra correlazione e causalita’ e’ di centrale importanza nelle scienze sociali, dove il metodo sperimentale ha applicazione limitata. Se quando piove vediamo molti ombrelli aperti in giro sappiamo bene che la pioggia implica gli ombrelli aperti. Ecco, il rischio di confondere causazione e correlazione e’ quello di dire che gli ombrelli causano la pioggia perche’ tutte le volte che vediamo molti ombrelli aperti osserviamo anche la pioggia.
Tornando al rapporto fra debito e crescita, di fatto e’ altrettanto possibile (e forse piu’ probabile), che sia la bassa crescita del PIL ad indurre debiti pubblici elevati e non il viceversa. La crisi che stiamo vivendo ce ne fornisce l’esempio piu’ calzante: nel 2008 la crisi del debito privato (si noti bene, non quello pubblico) ha messo in ginocchio le economie di mezzo mondo. In seguito, per vari motivi (inclusa la riduzione del gettito fiscale dovuta alla crisi) il deficit e il debito pubblico cominciano in alcuni paesi a salire rapidamente: fra questi abbiamo anche paesi che avevano avuto fino a quel punto finanze pubbliche assai virtuose come Spagna e Regno Unito. Dunque la crisi ha fatto aumentare il debito, non viceversa. Se esista un precipizio oppure no in corrispondenza del 90% e’ una questione del tutto secondaria.
Ovviamente di tutto cio’ RR sono ben al corrente. Il problema vero dunque non sono tanto i limiti (e gli errori) di un lavoro di ricerca quanto l’aver tollerato, se non incoraggiato, un uso ideologico del proprio lavoro. RR hanno cioe’ mancato di dire pubblicamente, come invece hanno fatto nei circoli accademici, dove certe leggerezze sono mal tollerate, che il loro studio non implicava rapporti di causalita’ e dunque non aveva implicazioni per la politica fiscale. Nel frattempo il numero magico del 90% veniva ampiamente sfruttato dai sostenitori dell’austerita’. Traduco qui per esempio un estratto da una lettera inviata nel Febbraio di quest’anno dal commissario europeo Olli Rehn ai ministri finanziari dell’eurozona: “il debito pubblico nei paesi EU e’ salito dal 60% del PIL all’inizio della crisi a circa il 90%. E’ ampiamente riconosciuto, sulla base di ricerca accademica seria, che il debito pubblico, quando supera il 90%, tende ad avere un impatto negativo sul dinamismo economico, che si traduce in bassa crescita per molti anni. Questo e’ il motivo per cui un consolidamento fiscale consistente e calibrato rimane necessario in Europa”. Dobbiamo dunque pensare che il ragionamento di Rehn non sia piu’ valido a causa dell’excelgate? No, quel ragionamento semplicemente non e’ mai stato valido. Si noti peraltro come lo stesso Rehn non possa fare a meno di partire dalla considerazione che il debito e’ cresciuto a seguito della crisi (per poi pero’ passare due righe dopo all’interpretazione che gli fa piu’ comodo). In realta’ se qualcosa sta lentamente cambiando oggi nell’atteggiamento verso l’austerita’ il motivo e’ un altro: le politiche di consolidamento fiscale sono state sperimentate e non hanno funzionato. I numeri magici in economia esistono raramente: quando ne vediamo uno sara’ bene tenere a mente che, con probabilita’ piuttosto elevata, esso viene da policy-makers senza scrupoli o, piu’ banalmente, da un un errore su un foglio Excel.

[Dati alla mano, L’Unita’ 26.05.2013]